“Personal Shopper”, un film di Olivier Assayas, la recensione

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Personal Shopper (id, Francia, 2016) di Olivier Assayas con Kristen Stewart, Lars Eidinger, Sigrid Bouaziz, Anders Danielsen Lie, Nora von Waldstätten

Sceneggiatura di Olivier Assayas

Thriller, 1h 45’, Academy Two, in uscita il 13 aprile 2017

Voto: 6½ su 10

Quante ambizioni, troppe, nel cinema di Olivier Assayas. Si sconfina nella pretenziosità ed è un peccato, perché il regista francese sa bene come distillare turbamenti e angosce nello spettatore. Come per il precedente Sils Maria, anche questo Personal Shopper pecca di una fredda psicanalisi a senso unico, diluita in un bizzarro thriller cerebrale dalle atmosfere paranormali, completamente sostenuto dalla recitazione nevrotica e sofferta della brava Kristen Stewart.

locandinaL’attrice americana, mai così lontana dai teen horror che l’hanno resa celebre, interpreta Maureen, una ragazza che lavora come personal shopper per una vezzosa e antipatica starlette, ossia le sceglie vestiti e accessori giusti per i vari eventi a cui dovrà presenziare. Maureen è anche una sensitiva, dono che condivideva col fratello gemello Stewart, da poco scomparso a causa di una malformazione cardiaca che lei stessa deve tenere sotto stretta osservazione. Mentre è alla tormentosa ricerca di un contatto per poter salutare definitivamente suo fratello, Maureen viene assalita da altre presenze e, soprattutto, inizia a ricevere ambigui messaggi sul cellulare, inviati da un mittente sconosciuto: sarà Stewart oppure qualcuno vuole farle del male?

Satira sul divismo contemporaneo, ritratto in nero di una solitudine indefessa, pamphlet al femminile sui bisogni di vivere le vite altrui per autodefinirsi, accusa ai pericoli delle nuove comunicazioni, rivalsa dello spiritismo (con tanto di delucidazioni storiche che vanno da Victor Hugo a Hilma Klimt) e thriller con pedinamento e omicidio: Assayas vuole mettere il dito in troppe piaghe e, nell’ansia di dover dire tutto, finisce per parare in un confuso dramma sulle paure intime di una giovane donna, dicendo poco o nulla. L’eleganza formale e una suadente tensione narrativa, unite alla presenza algida e distaccata della Stewart, contribuiscono allo strano fascino di questo film, che riesce a catturare l’attenzione ma incapace di trovare soluzioni pienamente convincenti. Di certo non stupisce che il film sia stato premiato all’ultimo Festival di Cannes con il premio della giuria per la miglior regia.

Giuseppe D’Errico

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