Pearl Jam a Roma: il racconto del concerto da un “vedderiano” adorante

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Istruzioni per l’uso: se volete una recensione seria cercate quelli bravi, questo è solo un rigurgito godereccio e riconoscente di un “vedderiano” adorante, in servizio permanente effettivo.

Il concerto si apre con una versione di Release calda, solenne, carezzevole, presa mezzo tono sotto e tirata su un po’ per volta, con circospezione. La voce di Eddie è ancora convalescente (dopo i problemi alle corde vocali, causa dell’annullamento del concerto a Londra del 19 giugno scorso) ma mantiene l’effetto gastroscopia: ti entra dentro e va ovunque tu abbia ancora un minimo di anima residua. Così, inevitabilmente, l’emozione ti pervade e realizzi che sei esattamente dove vorresti essere, qui e ora, non altrove.

Poi si picchia duro, compresa primizia live della nuova Can’t deny me (che non pare indimenticabile), frugando soprattutto tra la produzione degli anni ’90 (da Why go a Corduroy), con parentesi depressurizzanti qua e là date da WishlistImmortality e omaggi alti: Again todaycover di Brandi Carlile, in memoria di Elena Lucrezia Corner, che il 25 giugno di 340 anni fa ricevette, prima donna della storia, le insegne dottorali e la corona d’alloro.

Di tanto in tanto Vedder stappa una bottiglia a denti, ché non venga il sospetto che sia del tutto sobrio, e legge liriche segnanti tipo: “buonaseraroma, comeva?”, con una pronuncia che Mal dei Primitives a confronto sembra Gassman padre.

Arriva, poi, una violenza gratuita che va denunciata: Given to fly, accelerata e sbrigativa. Non si fa, Eddie, non si fa. A prologo, peraltro, di una Even flow molto forte e robusta (e molto condivisa con la massa adorante), corredata da una sviolinata all’ex batterista dei Soundgarden Matt Cameron, piuttosto compiaciuto quando il frontman dice, urbi et orbi, che i Pearl Jam sono migliori di venti anni fa, perché ora c’è lui ai tamburi.

In soccorso amorevole vengono diluiti molti finali strumentali (cosa buona e giusta quando suonano quelli bravi), sotto la guida di un dominante Mike McCready. A giro, tocca una canzone a tutti, partendo dal bassista Jeff Ament per arrivare al chitarrista ritmico Stone Gossard.

Con il primo encore, arriva il maledetto ukulele (da alcuni poco gradito) per Sleeping by myself ma, poi, Sua Maestà la chitarra acustica rimette ordine nel mondo. E allora ti domandi: come può l’omino carezza cuori di questa Just breathe soavemente arpeggiata, essere lo stesso che, di lì a trentasei minuti, metterà a rischio l’equilibrio del Tempio dei Dioscuri con Rearviewmirror? E ti rispondi che sì, pare proprio il medesimo omino, ed è tutta qui la faccenda.

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Poi, l’inevitabile: luna piena su Roma,  c’è nell’aria il sentore di stella cadente come a Firenze un anno fa, ergo va fatta Imagine di John Lennon. Ok, vanno accesi tutti i telefonini. Ok, tutti d’accordo: the world will be as one, con allegato esplicito riferimento alle ultime vicende europee ed italiane. Poi, però, finito il momento politically correct, si torna al reale motivo per cui siamo qui.
Secondo encore, con doppietta Comfortably numb (dei Pink Floyd) e Black, che ti rimette in pace con il mondo, grazie anche all’assolo di McCready: il suo omaggio a Roger Waters è devoto e superbo.

Finale a luci accese come per una partita di calcio qualsiasi, come a dire: “si è fatta una certa”. Ma i nostri sono suonatori di sostanza, indifferenti alla forma e ad un piano luci non autocelebrativo: meglio, molto meglio, poter vedere questa pianura di avambracci levati come uno solo a urlare che ognuno è (o crede di essere) ineludibilmente, autoreferenzialmente, definitivamente still Alive, penultimo brano della setlist.

Tre ore tre. Quando termina Rockin’ in the free world, ormai è ufficiale: ite missa est, gli altri posano gli attrezzi e vanno ma Eddie no. Eddie sarebbe rimasto lì a godersi urla e sudore olimpici a oltranza: va a spasso per il palco, distribuisce tamburelli ad personam, raccoglie e indossa qualunque straccio gli arrivi, continua a ripetere “grasiemile… grasiemile… grasiemile”.

Ok, ora però vai Eddie, hai cominciato che era ieri.

Va’ in pace, ci hai fatto felici. Guaranteed.

Massimo Cascavilla

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