“Ophelìa” di Giacomo Sette, uno spettacolo di Gianluca Merolli, la recensione

opheli-a_20170213174229

OPHELIA
da William Shakespeare
di Giacomo Sette

regia Gianluca Merolli
assistente alla regia Romina Zadi
con Giulia Fiume, Federico Le Pera, Gaia Benassi
con la partecipazione straordinaria di Giuliano Peparini
musiche composte ed eseguite da Fabio Antonelli
video Marco Arbau
scene Alessandro Di Cola
props Riccardo Morucci
costumi 1981
costumista  Domitilla Giuliano
luci Paolo Vitale
foto di scena Studio Le Pera
produzione Andrea Schiavo | H501 srl
direttore di produzione Pino Le Pera
assistente di produzione Sara Silvetti

Teatro dell’Orologio di Roma/Teatro India di Roma

Voto: 6 su 10

Benvenuti nella folle mente di Ophelìa, che – come noto – si concede ad un liquido abbraccio di morte, come copione shakespeariano insegna. Anzi no: ascoltiamo la lucida lettura degli eventi attraverso il cinico racconto di una sensualissima Gertrude, tubino aderente e scollo generoso in grandissima evidenza. Bisogna però prestare attenzione anche al disincantato punto di vista del giovane Fortebraccio, che declama le sue battute a torso nudo, in addominale competizione con l’inquieto Amleto anche lui privo, all’occasione, delle funeree vesti di scena.

ophelia_locandinaCorpi fieramente esibiti, musicista sul palco e ancora coinvolgimento del pubblico in sala, videoriprese degli eventi in divenire, pupi siciliani e playmobil, a scomporre, ammodernare, rileggere e affondare il pensiero attorno alle parole con cui William Shakespeare compose il suo celebre Amleto. Di quella tragedia non molto rimane nell’Ophelìa di Giacomo Sette, andata in scena nelle sale del Teatro India di Roma a seguito dell’infelice chiusura del Teatro dell’Orologio, avvenuta improvvisamente nei giorni scorsi.

Visivamente suadente ma narrativamente schizofrenica, la rappresentazione teatrale diretta da Gianluca Merolli è un artificio sfrontatamente esibito: se nel precedente Yerma la visione scenica del giovane regista amplificava con illuminante ingegno l’intenso testo di Garcia Lorca, qui l’estro registico di Merolli prende il sopravvento su qualunque possibile valutazione del testo drammaturgico, a composizione di un ipertesto affascinante ma glaciale, ammiccante e, al contempo, respingente.

Eccezion fatta per la chiusura della rappresentazione, nella quale la complessità della macchina scenica si rende funzionale alla triste sorte del personaggio principale, il resto è un incanto – purtroppo – per il solo sguardo, laddove la forza narrativa della racconto è stata cannibalizzata dalle mille suggestioni messe in campo dal (troppo?) abile direttore di scena.

Marco Moraschinelli

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>