“Nymphomaniac – Vol. II”, cinema di provocazione fiacco e banale

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Nymphomaniac – Vol. II (Nymfomanen, Danimarca/ Germania/ Francia/ Belgio, 2013) di Lars von Trier con Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgård, Stacy Martin, Shia LaBeouf, Jamie Bell, Connie Nielsen, Christian Slater, Uma Thurman, Udo Kier, Willem Dafoe, Jean-Marc Barr, Sophie Kennedy Clark, Mia Goth, Jens Albinus, Severin von Hoensbroech, Nicolas Bro, Michaël Pas, Hugo Speer, Felicity Gilbert, Jesper Christensen

Sceneggiatura di Lars Von Trier

Drammatico, 2h 02′, Good Films, in uscita il 24 aprile 2014

Voto: 5 su 10

Eravamo rimasti all’alba di un idillio sentimentale, ci ritroviamo adesso alla stregua di una manipolatrice criminale: è Nymphomaniac – Vol. II, seconda studiatissima parte (più violenza e morbosità, meno sorrisi) di quella che si rivela, in tutta franchezza, come una delle più grosse operazioni commerciali ammantate di autorialità degli ultimi decenni. Stessa impostazione narrativa “affabulatoria” già avviata nel volume precedente, ma con alcune derive logistiche talmente banali e sconclusionate da confermare tutte le perplessità della vigilia. 

TUSF1tWJoe (Gainsbourg) e Seligman (Skarsgård) continuano la loro chicchierata all’insegna del nonsense: lei ricorda il suo primo orgasmo mistico – con apparizioni di santi e meretrici – , lui rivela di essere vergine e di non provare alcun interesse per i piaceri della carne. Molto bene: il finale è già noto. Tuttavia, la nostra cantastorie non può fare a meno di passare in rassegna gli ultimi tre capitoli delle sue memorie da ninfomane: l’amore per Jerome (LaBeouf) le impedisce di provare le stesse emozioni sessuali di un tempo, perciò si rivolge dapprima a due omaccioni di colore (occasione per Seligman di redarguire Joe che ha utilizzato la parola “negro”, ed esca per una perorazione linguistica del tutto gratuita e autoreferenziale sul politicamente corretto) che però non sanno “prenderla” per il verso giusto; poi si dedica al sadomaso e al bondage con un uomo violento (Bell), che la riporta a sensazioni deliranti. Jerome la abbandona schifato, Joe tenta una disintossicazione che si rivela ben presto fallimentare. Orgogliosamente ninfomane, la donna entra nelle mire di un capobanda (Defoe) che la adesca per una serie di feroci riscossioni di conti finanziari: il fondo del baratro prevede, oltre a sculacciate e piromania, anche l’umiliazione di un pedofilo (Barr) nel cui dolore silenzioso Joe si identifica (il momento più azzeccato, delicato e intenso del film).

Nymphomaniac-diariopartenopeoL’inizio della fine è quanto di più sconfortante l’operazione Nymphomaniac avesse da offrire: Joe diventa l’amica/madre di una ragazzina disadattata (Goth) e con lei scoprirà le gioie del lesbismo (quanta sciocca prevedibilità!). Ma il melodramma è sempre in agguato con Von Trier, e le conclusioni (perché Joe è stata presa a botte e lasciata a terra mezza morta?), oltre a sfondare il muro dell’idiozia, sono un’accozzaglia di ossessioni e repressioni talmente pretestuose da svilire ogni intento drammaturgico. C’è indubbiamente della coerenza in tutto ciò, ma la linea che divide l’insulsaggine dalla folle genialità è praticamente invisibile.

Il cinema del regista danese viene fuori, ancora una volta, per quello che è: una fiacca provocazione. Dalle assurde digressioni erudite di Seligman alla completa balordaggine del racconto di Joe (oltretutto interpretata con afflizione antipatica da Charlotte Gainsbourg), si arriva a intuire un ideale femminile estraneo alla socialità, pericolosamente instabile e, quindi, obbligatoriamente criminale. Tanti i simbolismi e le metafore che concorrono a donare una strana poeticità al calvario punitivo della protagonista, il più sfacciato è quello dell’albero che cresce storto per assecondare la propria natura, decisamente un’analisi di profonda introspezione psicologica… Mentre è completo lo sfottò di Lars verso il “suo” pubblico nell’autocitazione palese del prologo di Antichrist.

Ovviamente è impossibile, oltre che chiaramente voluto, prendere sul serio un simile armamentario cinematografico, finalizzato quasi in maniera esclusiva al libero sfogo della capricciosa superbia del suo autore. E sempre sarà così.

Giuseppe D’Errico

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