Musical-mente: Moulin Rouge

Moulin-Rouge

Credits:
Regia di Baz Luhrmann; Scenggiatura di Baz Luhrmann e Craig Pearce; Musiche di Craig Armstrong, Marius De Vries e Steve Hitchcock; durata: 2h; anno: 2001; Origine: Usa; Cast artistico: Nicole Kidman, Ewan McGregor, John Leguizamo, Jim Broadbent, Richard Roxburgh.

Questo numero di Musical-mente è dedicato ai romantici ed agli artisti. Avete democraticamente eletto il musical protagonista di questa settimana ed avete scelto “Moulin rouge”. Una storia di verità, bellezza, libertà ma soprattutto (come dice il protagonista) una storia d’amore, di quell’amore che supera tutti gli ostacoli.

Ambientato nella Parigi fin de siecle, ma con un gusto postmoderno che ne colloca la vicenda fuori dal tempo e dallo spazio. Christian è un aspirante scrittore inglese che va a Parigi per vivere la rivoluzione bohémien. Un caso fortuito lo porta a conoscere Touluse Lautrec e la sua compagnia scalmanata e insieme decidono di andare a proporre uno spettacolo a Harold Zidler, maestro di cerimonie del celebre Moulin rouge. Il locale versa però in una situazione infelice e Zidler d’accordo con Satine, la stella del night club, hanno in mente di usare le doti di cortigiana della ballerina per convincere il Duca ad investire per salvare la situazione. Satine, tuttavia, scambia Christian per il nobile e fa innamorare di sé l’ingenuo scrittore che a sua volta sarà in grado di conquistarla. Tuttavia il Duca, fin troppo credulone ed ammaliato dalla bellezza della soubrette, crede nella sua buona fede e nel suo amore e decide di finanziare lo spettacolo che i bohémien e le ballerine del bordello metteranno in scena. Sarà il tarlo della gelosia a rovinare tutto, sia il Duca che Christian vogliono Satine in esclusiva, ignari del fatto che la fragile artista si stia spegnendo sotto i loro occhi a causa della Tubercolosi.


La trama in sé si ricollega a due famosissime opere “La traviata” di verdi e la “Boheme” di Puccini, che tra l’altro il regista ha diretto nel 1990 alla Sidney Opera. Se con la prima abbiamo un collegamento in termini di intreccio amoroso (la storia di una cortigiana, una donna che vende il suo amore, malata di tubercolosi, costretta a rinunciare ad un amore sincero e profondo e a ingannare l’amato per proteggerlo. Dopo che lui l’ha ripudiata, la verità verrà alla luce e i due si riconcilieranno poco prima della morte di lei) con la seconda abbiamo più che altro delle analogie di ambientazione (la vicenda ha come protagonista un gruppo di artisti bohèmien che vive in una soffitta nella Parigi del 1800, il protagonista è uno scrittore squattrinato, la storia si sviluppa sullo sfondo di un locale notturno, la gelosia interviene a dividere i due amanti che però si riconcilieranno prima della morte di lei, come abbiamo visto).
I personaggi sono volutamente degli stereotipi. Il regista prende degli archetipi (la prostituta dal cuore gentile, il giovane eroe romantico, il cattivo sciocco, il nano dall’animo profondo) e costruisce i ruoli sulla bravura dei suoi interpreti. Nonostante un montaggio fin troppo spesso spezzettato Nicole Kidman regala una fragile Satine, capace di seppellire prima l’ambizione in nome dell’amore e poi l’amore stesso in nome della salvezza di Christian; lo fa con classe e senza una sbavatura, benché il personaggio potesse facilmente cadere nel patetismo. Ewan McGregor veste con leggerezza appropriata i panni dell’appassionato giovane in cerca di felicità. Se in principio il suo essere abbrutito non ci colpisce ci commuove nel finale ricordando nei suoi rimpianti le parole dell’aria “Vissi d’arte, vissi d’amore” della Tosca di Puccini.Moulin-RougeCast Il contrasto di nero e rosso, buio e luce, bilancia due personaggi che non si dovrebbero amalgamare, ma scelgono di appartenersi e realizzano quell’idea di unione degli opposti che era un’altra delle linee cardine dell’ideologia bohémien.
E tra loro più che il Duca si inserisce Zidler, che con una “The show must go on” magnificamente concertata rivela We’re creatures of the underworld, we can’t affort to love (in italiano Siamo gente di malaffare, non possiamo permetterci l’amore), ecco la scomoda verità che il pubblico conosce ma che spera fino all’ultimo sia sconfessata.
Altro aspetto interessante della pellicola di Luhrmann è la metateatralità o il teatro nel teatro per dirla più chiaramente. Lo si intuisce da subito perché il film comincia con un sipario che si apre e termina con un sipario che si chiude. Anche il modo in cui sono riprese le scene, specialmente gli esterni sul Moulin rouge o della stanza di Christian ricordano più dei bozzetti di scena che una scenografia vera e propria. Dulcis in fundo la pellicola parla in sostanza di uno spettacolo da realizzare, di cui vediamo le prove ed i processi di lavorazione. Il tutto sembrerebbe rimandare all’idea che anche se stiamo seduti davanti ad uno schermo, quello che percepiamo è un palcoscenico.
Rispetto al musical classico (ad esempio a Singing in the rain) in cui la parte delle coreografie e dei pezzi di musica ballati è molto più importante e viene seguita più da vicino, in certi casi anche senza stacchi di montaggio per non interrompere la performance del ballerino, qui ci sono meno brani ballati e sono inseriti nel film con un largo uso di montaggio. Dei circa 15 brani principali all’interno del film soltanto 6 hanno una coreografia. Alcuni di questi sono numeri musicali anche all’interno della storia: i numeri al Moulin Rouge all’inizio del film e lo spettacolo messo in scena alla fine. In questi casi l’aspetto spettacolare dei numeri coreografati viene portato al massimo livello grazie ai costumi, ai colori, ad una profusione di lustrini e costumi scintillanti.
Di questi numeri ballati quello più significativo rispetto alla danza è senza dubbio “Roxanne” dove la scelta di riarrangiare la canzone in un tango non è casuale. La passionalità, la carnalità della gelosia e la componente sessuale della rappresentazione vengono perfettamente esplicitati dai passi della coreografia. Anche il montaggio alternato, insieme alla differenza dei colori (rosso e giallo al Moulin rouge e Blu, bianco e nero nella torre) rendono la complessità emotiva dei personaggi palpabile.


Tantissime le citazioni inserite come fossero punteggiatura. Ad esempio il melodramma di stampo Bollywoodiano; l’opera lirica rivisitata in chiave postmoderna e il rock musical alla Tommy di Ken Russell; persino la mitologia classica, soprattutto il mito di Orfeo; c’è poi la luna che ricorda quella burlona di Le voyage dans la lune, di Georges Méliès.

Su un piano prettamente filosofico (saltate il paragrafo e andate alla fine se pensate possa essere noioso) quello che colpisce è la folgorazione che si ha quando si capisce che il vero triangolo della storia non è Christian-Satine-Duca ma Christian-Satine-Morte. E’ infatti la tubercolosi la vera antagonista di Christian ed è lei a strappargli l’amore quando ormai tutto sembrava essersi risolto positivamente. In questo senso è impossibile non notare che la protagonista sia contesa in quello che è un classico scontro tra Eros e Thanatos, amore e morte e che proprio il suo decesso sia l’unico impedimento al raggiungimento della felicità degli sventurati eroi di questa storia.
Come già detto la trama richiama il mito di Orfeo: un uomo che per trovare la donna che ama e pronto a discendere nell’ade (il quartiere di Montmartre, luogo di perdizione e rivoluzione) e che nonostante i suoi sforzi finirà per perderla comunque. Ma è davvero così?

A pensarci bene quello di Satine e Christian è un legame che nemmeno la morte può spezzare e lo chiarisce bene il protagonista nel finale, quando conclude la sua storia con le parole:
A story about a time. A story about a place. A story about the people. But above all things, a story about love. A love that will live forever. The end.

Maddalena Mannino

One Response to Musical-mente: Moulin Rouge

  1. Kitty scrive:

    molto bello :) (anche il riferimento filosofico che dicevi di non leggere )

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