“Motel”, un pasticcio in salsa noir

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Motel (The Bag Man, Usa, 2013) di David Grovic con John Cusack, Robert De Niro, Rebecca Da Costa, Crispin Glover, Dominic Purcell, Martin Klebba

Sceneggiatura di Paul Conway, David Grovic, James Russo

Thriller, 1h 48′, Barter Multimedia, in uscita il 26 febbraio 2015

Voto: 4 su 10

Opera prima del regista David Grovic, la sceneggiatura del film Motel è liberamente ispirata al racconto “La Gatta. Una fiaba sulla redenzione del femminile” scritto da una delle allieve più illustri di Jung, Marie-Louise Von Franz, che già di suo aveva scelto una storia di origine romena dalla sinossi piuttosto intricata, attraverso cui spiegare il cammino psicologico che conduceva alla liberazione femminile dall’oppressione del mondo patriarcale. Scelta davvero singolare, questa, per un regista al suo esordio, che qui ha collaborato anche alla sceneggiatura di James Russo e Paul Conway. Questa ambizione mal riposta ha dato vita ad un thriller piuttosto strampalato e per molti aspetti prevedibile, che mostra la giornata da incubo vissuta da Jack (John Cusack), a cui il boss della mala Dragna (Robert De Niro) affida un insolito incarico: portare una borsa dal misterioso contenuto in un preciso motel e in una precisa stanza, la numero 13.

MOTEL_GUnico e fondamentale ordine impartito affinché la missione vada a buon fine, e che permetterebbe a Jack di riscuotere il suo compenso (nonché di aver salva la vita) è che nessuno, né tantomeno lui, deve guardare il contenuto della borsa. Nell’attesa che Dragna lo raggiunga per ritirare la consegna, Jack vive una notte da dimenticare nell’inquietante Motel popolato da una serie di personaggi che paiono fuggiti da un circo di freak e che, stranamente, sono tutti interessati alla sue vicende. A partire dalla bella ed enigmatica Rivka (Rebecca Da Costa) che, nonostante dimostri di essere perfettamente in grado di badare a se stessa, sceglie Jack come proprio salvatore, insinuando di conseguenza il sospetto che non si trovi lì proprio per caso. Il tutto nell’attesa che arrivi il famigerato Dragna che, con la sua presenza, dovrebbe spiegare il perché di un racconto che fa acqua da tutte le parti. E infatti la resa dei conti finale confonde ancora di più le idee, confermando un sospetto che nasce a metà della pellicola: nessuno dei (ben) tre sceneggiatori è riuscito a sbrogliare la surreale matassa. Un labirinto che forse avrebbe trovato la sua via d’uscita con un finale meno banale e più coraggioso.

Le atmosfere noir e la fotografia cupa non aiutano a rendere il significato del film meno sfuggente. Idea probabilmente condivisa dal malcapitato Cusack, un attore dalla carriera dignitosa, la cui espressione spaesata indossata per tutto il film fa pensare forse ad un tardivo pentimento nell’aver accettato il ruolo. Gigioneggia invece De Niro, forse perché consapevole di comparire poco, qui trasformato dalla costumista in una parodia di se stesso quando interpreta un mafioso. Lo stereotipo del boss in delirio da citazioni colte è reso appena sopportabile dal suo sguardo divertito che però fa pensare che, da un momento all’altro, potrebbe comparire sullo schermo la scritta: “è tutto uno scherzo” che lascerebbe spiazzati ma almeno darebbe un senso a questo pasticcio.

La regia non regala particolari guizzi mentre la sceneggiatura è farcita di dialoghi banali e scene di feroce violenza spesso gratuita e compiaciuta, tanto da risultare fastidiosa (specialmente quando vittime ne sono le donne). Ci si chiede poi se alcuni aspetti del film siano sinceri omaggi a celebri pellicole del passato o vere e proprie scopiazzature: la borsa da non aprire e da consegnare (“Pulp Fiction”), Ned il gestore del Motel (il “Bates Motel”?) disturbante e morbosamente legato alla propria madre (“Psyco”), la protagonista femminile invincibile e dalle sette vite come una sorta di replicante alla “Blade Runner” o il dialogo surreale, unica nota spassosa, tra Jack e Ned sulla stanza numero 13 (“1408”). Preferiamo restare nel dubbio.

Cosa c’entra il racconto “La Gatta” di cui sopra e perché scomodare la Von Franz? Probabilmente se lo stanno ancora chiedendo anche gli sceneggiatori, l’unico riferimento verificabile è il soprannome con cui Jack chiama Rivka: gatta, appunto.

Provaci ancora David.

Lidia Cascavilla

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