“Moonrise Kingdom”: una fuga d’amore per essere degli adulti migliori

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Moonrise Kingdom-Una fuga d’amore (Moonrise Kingdom, Usa, 2012) di Wes Anderson, con Jared Gilman, Kara Hayward, Bill Murray, Frances McDormand, Bruce Willis, Edward Norton, Tilda Swinton, Harvey Keitel.

Sceneggiatura di Wes Anderson e Roman Coppola.

Commedia, 1h 34′, Lucky Red, in uscita il 5 dicembre 2012

Voto: 7½ su 10

Moonrise Kingdom è un film che racconta l’irrequietezza della preadolescenza. Il regista Wes Anderson ci prova proprio come se a farlo fossero i due dodicenni protagonisti ed è per questo che ci riesce bene.

Lo scenario – un’isola del New England nel 1965 popolata da una fauna alquanto bizzarra di esseri viventi – si presta a narrare la storia con fare grottesco quanto basta per far risaltare i risvolti di una situazione in realtà  drammatica. In questa complicata fase di transito, il disagio di Suzy, che nasce dall’ incomprensione di una famiglia in cui padre e madre (entrambi avvocati) comunicano a stento e solo in termini giuridici, incontra quello di Sam, un boyscout orfano liquidato a mezzo lettera dalla famiglia a cui è stato affidato. Le due solitudini si incontrano, si innamorano e mettono in atto una fuga tanto romantica quanto stramba, con tanto di inseguimento da parte di polizia, genitori e gruppo scout al gran completo.

Sin dalla prima inquadratura Anderson ci accompagna in un viaggio che è puro piacere per la vista: dalle scritte dei titoli di testa, ai colori accesi che dominano le riprese, complice una ricostruzione di scenografie e costumi attentissima ai dettagli; non si tratta, però,  di un piacere fine a se stesso; il regista fa con lo spettatore quello che l’inseparabile binocolo fa con  Suzy : riuscire a far vedere le cose più da vicino, “anche quelle che non sono lontane”, fingendo che sia una sorta di potere magico. Anderson, in collaborazione con Roman Coppola, mette insieme una sceneggiatura in cui i grandi sono modelli da non prendere da esempio (Bill Murray e Frances McDormand, genitori inesistenti) o bambini cresciuti male (Edward Norton, capo scout prigioniero delle sue nevrosi da ispezione continua) e i Servizi Sociali (qui letteralmente personificati da un’arcigna Tilda Swinton) svolgono il proprio lavoro più per perfidia che per vocazione; in un mondo a cui Suzy e Sam vogliono sottrarre il proprio destino, solo il poliziotto Bruce Willis fa eccezione e resta l’unico a ricordare di avere avuto anche lui 12 anni, una volta.

Moonrise Kingdom è una favola raccontata agli adulti, attraverso gli  occhi (ancora da bambina eppure sempre perfettamente truccati) di Suzy e le lenti degli occhiali pesanti di Sam. Una favola attraverso cui ci si ricorda di una fase indefinita ed indefinibile della vita. Quella in cui non si è più bambini, ma si comincia ad avere coscienza di sé come individui, autonomi ma non indipendenti; in cui si rifiuta il mondo degli adulti così com’ è, desiderando farvi parte a modo proprio, sospesi a metà tra gli strascichi di un’ingenuità ancora infantile, e le prime avvisaglie di una malizia che non tarderà ad arrivare.

Quest’ottica delle cose comprende anche la scelta di inserire, all’ inizio come alla fine del film, The young person’s guide to the Orchestra di Benjamin Britten, una delle più popolari opere utilizzate nell’educazione all’ascolto musicale dei più piccoli. La voce della bambina che- mentre i titoli di coda scorrono- ci spiega come ciascuno degli strumenti dell’orchestra (a cui corrisponde un titolo diverso) possa operare una variazione su un tema principale, chiude perfettamente il cerchio, offrendoci ancora una volta la possibilità di farci insegnare qualcosa dai piccoli grandi protagonisti di questo film.

Natalia Patruno

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