“Mommy”, l’universo Dolan in un indimenticabile ritratto di famiglia

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Mommy (id, Francia, 2014) di Xavier Dolan con Anne Dorval, Antoine-Olivier Pilon, Suzanne Clément, Patrick Huard, Alexandre Goyette, Michele Lituac

Sceneggiatura di Xavier Dolan

Drammatico, 2h 19′, Good Films, in uscita il 4 dicembre 2014

Voto: 9 su 10

Un talento fuori dal comune quello di Xavier Dolan, venticinquenne autore franco-canadese con già cinque film all’attivo (l’esordio a 19 anni con J’ai tué ma mère venne subito premiato a Cannes, mentre il precedente Tom à la ferme era in concorso a Venezia 70) e ancora mai distribuito sul mercato nazionale italiano. Fino a Mommy, sua ultima opera che, dopo il riconoscimento ufficiale della giuria all’ultimo Festival di Cannes (ex-aequo con un maestro come Godard), arriva nelle nostre sale grazie all’interesse della raffinata Good Films. 

mommy-poster-dolanIl film è una storia d’amore filiale senza mezze misure: Diane (Dorval) è una madre vedova e scapestrata, costretta a riprendersi in casa l’ingestibile figlio adolescente Steve (Pilon), espulso da un’istituto medico per un rogo doloso. Il ragazzo è affetto da turbe psicologiche, sindrome da deficit di attenzione, iperattività e improvvisi scatti di ira, specie se sotto stress. Nella difficile convivenza si inserisce una vicina di casa (Clément), che troverà in loro la voglia per sfuggire a un’esistenza di remissività.

Pochi sconti in questo cinema, sembra la classica commedia sulla famiglia disfunzionale ma poi, quelli che sembravano eccessi ironici diventano il capestro di un dramma dolorosissimo che non lascia prigionieri. Un gioco di specchi che si riflette nei personaggi (sensazionali gli interpreti), racchiuso in un formato video soffocante (l’1:1 del muto, più alto che largo) che solo in due occasioni si apre alla libertà utopica del 16:9. Spiegare a parole l’universo Dolan rischia di apparire riduttivo: storie dalla forte valenza autobiografica, tuffate in un immaginario pop che si riflette in una fotografia accesa, in dialoghi serrati e nell’utilizzo narrativo/metaforico di brani musicali famosissimi (da Vivo per lei di Bocelli a Wonderwall degli Oasis, fino a White Flag di Dido e Lana Del Ray con un finale su Born to Die). C’è chi dice che il troppo narcisismo autoriale vada a scapito dei contenuti, per altri non farebbe altro che esaltarli. L’unica certezza è il talento incontrovertibile di questo giovane regista, in grado di creare (leggi: scrivere, interpretare, montare, vestire, musicare e dirigere) un cinema per tanti aspetti indimenticabile. Le emozioni, spesso, parlano meglio della mente.

Giuseppe D’Errico

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