“Manifesto”, un film di Julian Rosefeldt, la recensione

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Manifesto (id, Germania/Australia, 2015) di Julian Rosefeldt con Cate Blanchett

Sceneggiatura di Julian Rosefeldt

Sperimentale, 1h 35′, I Wonder Pictures/Unipol Biografilm Collection, in sala dal 23 al 25 ottobre 2017

Voto: 8 su 10

Partire dai manifesti artistici del Novecento per interrogarsi sul ruolo dell’artista nella società contemporanea, per riflettere sulla loro intrinseca componente performativa e stabilire cosa è cambiato nel tempo e cosa non cambierà mai: Manifesto, del video-artista berlinese Julian Rosefeldt, nasce dapprima come installazione filmica in tredici canali differenti, già presentata in svariati musei internazionali, e approda ora in sala (un evento di soli tre giorni in Italia, con I Wonder Pictures), adeguatamente rimontata, in forma di opera cinematografica. A dare voce, di volta in volta, alle parole di personaggi come Claes Oldenburg, Yvonne Rainer, André Breton, Sturtevant e Jim Jarmush, è la camaleontica Cate Blanchett, impegnata a impersonare ben tredici ruoli in altrettanti inconsueti contesti.

53686Alla base del film non c’è tanto l’idea di dover illustrare i testi dei manifesti, quanto di permettere all’attrice australiana di interpretarli secondo la propria sensibilità recitativa, quasi per verificarne i lasciti e l’impatto sulle coscienze di oggi. È così che, in una rassegna di grande impatto, si alternano i pensieri di Karl Marx e Lucio Fontana, Marinetti e Dziga Vertov, l’architettuta di Taut e il vorticismo di Kandinsky, il dadaismo, il surrealismo, fluxus, la pop art, il Dogma 95 e così via, tutti filtrati dalla mimesi impressionante di una straordinaria Blanchett, impegnata in una lezione di recitazione di rara grandezza. L’intelligenza e l’iconoclastia innata dell’attrice due volte premio Oscar, si sposano con giusto tempismo alla chiamata artistica di Rosefeldt, in una mirabolante performance destinata a fare scuola: dapprima la incontriamo barbone rabbioso tra le rovine di una città desolata, poi operaia appesantita in un inceneritore di rifiuti, quindi scienziata, oratrice funebre, madre intransigente, coreografa, manager, broker, punk, burattinaia, insegnante, giornalista.

Alla fine è impossibile resistere a un’operazione certamente intellettualistica ma anche originale e profondamente ironica, capace di mediare l’inevitabile gravosità verbale con un sarcasmo lieve, preciso e perfettamente in linea con le intenzioni originali. Nulla sarebbe stato possibile senza la presenza di un’interprete di altissimo spessore come Cate Blanchett, donatasi con enorme generosità a un esperimento girato in soli undici giorni e in condizioni d’emergenza. Applausi per un’attrice che ama il rischio e non smette mai di stupirci.

Giuseppe D’Errico

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