“Made in Italy”, un film di Luciano Ligabue, la recensione

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Made in Italy (id, Italia, 2018) di Luciano Ligabue con Stefano Accorsi, Kasia Smutniak, Fausto Maria Sciarappa, Walter Leonardi, Filippo Dini, Alessia Giuliani, Gianluca Gobbi

Sceneggiatura di Luciano Ligabue

Drammatico, 1h 44′, Medusa, in uscita il 25 gennaio 2018

Voto: 4 su 10

Alla soglia dei suoi primi sessant’anni, Ligabue ritiene di essere ormai pronto per divulgare il suo personale Manifesto, quasi un testamento, in cui dispensare sermoni ed elargire saggezza. E così, a distanza di sedici anni dall’ultimo film Da zero a dieci, scrive e dirige Made in Italy, una sorta di guida pratica per raggiungere la felicità. Il progetto è, tuttavia, più articolato del previsto e nasce dal suo primo ed omonimo concept album, attraverso le cui tracce si racconta una storia che viene, poi, ulteriormente sviluppata sullo schermo.

54002Al pari di un novello Dickens, il cantante immagina come sarebbe stata la sua esistenza se non avesse trovato una sponsorizzazione per la produzione del primo disco e non fosse, poi, diventato il rocker di successo quale è oggi. Non è un caso, infatti, che il suo alter ego si chiami proprio Riko, diminutivo di Riccardo, il secondo nome dell’artista e che le vicende narrate si svolgano, in prevalenza, a Correggio, dove Ligabue è nato. Una piccola cittadina di provincia in cui a Riko (Stefano Accorsi) la vita pare proprio soffocante: ha un lavoro, una moglie operosa e volenterosa (Kasia Smutniak), un figlio che non crea problemi, dei buoni amici e un’amante (che nella recente filmografia italiana non manca quasi mai. Come se ritrarre una relazione di coppia che funzioni fosse sconveniente o antiquato).

Eppure si ritiene vittima della crisi sociale ed economica del suo tempo, in un controsenso di intenti difficile da dipanare. L’equivoco nella sceneggiatura nasce appunto qui, dalla difficoltà del regista di stabilire quale sia il reale fulcro della trama, dimostrando di voler affrontare un argomento di cui, probabilmente, ha poca esperienza. Si ha quasi la percezione che il suo status di uomo di successo lo limiti nel provare empatia verso le persone comuni e lo conduca a ritenere che una realtà come quella vissuta dal suo protagonista non sia abbastanza emozionante. Mentre nelle pieghe dolorose del quotidiano, in molti sarebbero ben contenti di avere un’occupazione stabile e degli affetti sinceri.

Purtroppo si riceve la spiacevole impressione che dall’alto di un palco il mondo di quaggiù debba sembrare assai noioso, un punto di vista piuttosto miope che potrebbe francamente risultare seccante. Forse, proprio la scissione dalla realtà porta il cantautore a scrivere dialoghi decisamente banali, che stupiscono negativamente chi è memore dei testi delle sue canzoni e lo ritrova, per giunta, pavido nella certosina attenzione a non oltrepassare i confini del politicamente corretto. Non vuole, evidentemente, scontentare nessuno e così nel frullatore di celluloide cala i temi d’attualità più gettonati senza, tuttavia, approfondirli ed arrabbiarsi veramente, così da non inimicarsi neanche una delle categorie chiamate in causa.

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In questo mare di luoghi comuni, il suo Riko ce la mette davvero tutta per mandare in frantumi il proprio mondo finché, finalmente, riesce nel suo intento, salvo poi voler risalire, faticosamente, a galla. Il tutto è fastidiosamente improntato su un eccesso di retorica, che sfianca per i continui consigli standardizzati da libretto delle istruzioni, ancor più tediosi se non richiesti, senza contare che si è anche un po’ stanchi di ascoltare chi sale in cattedra per dare soluzioni a problemi che non conosce. La poca credibilità dell’operazione e la confusione tra le idee viene, per altro, accentuata da una tecnica di regia di solito utilizzata nei videoclip, soprattutto quando dominano le goliardate di questi personaggi eternamente adolescenti, al regista tanto cari, rese con una serie di sequenze brevi e decontestualizzate tra loro, tanto da far fatica a capirne il nesso.

Tra indottrinamento e finto folklore Made in Italy può interessare più i fan che i cinefili. I primi, infatti, potranno almeno gioire dei brani eseguiti dal Liga, che compongono buona parte della colonna sonora. Per il resto, beati i popoli che non hanno bisogno di guru.

Lidia Cascavilla

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