“M.E.D.E.A. Big Oil”: e se la ricerca divenisse anch’essa prototipo?

medea loc

M.E.D.E.A BIG OIL
testo e regia di Terry Paternoster
con gli attori del Collettivo InternoEnki: Maria Vittoria Argenti, Teresa
Campus, Ramona Fiorini, Chiara Lombardo, Terry Paternoster, Mauro
F. Cardinali, Gianni D’Addario, Donato Paternoster, Alessandro Vichi
produzione: Internoenki
disegno luci: Giuseppe Pesce
assistente tecnico: Ezio Spezzacatena
organizzazione: Anca Enache
grafica: Luca Longu
residenze artistiche: Teatro Bi.pop c/o Zona Rischio
Casal Bertone (Roma) – Teatro Sala Umberto (Roma)
In scena al Teatro Brancaccino di Roma fino al 30 marzo 2014

Voto: 6 su 10

Si parte dal suono. L’aria vibra, l’energia si propaga, dalla scena al pubblico e viceversa, attraverso un concertare di voci, che lavora nell’armonia come nella cacofonia, senza soluzione di continuità. Si passa poi alla composizione e allo studio della prossemica dei corpi in movimento: 9 anime, che si dimenano sul palco a ritmo di tamburello, nenie popolari e incisivi schiamazzi vernacolari. Questo è “M.E.D.E.A. Big Oil”, del collettivo Internoenki, spettacolo che ho ottenuto uno dei riconoscimenti più ambiti del teatro italiano, il Premio Scenario per Ustica. I ragazzi che hanno partecipato a questo progetto provano a raccontare la loro terra, la Basilicata, con tutti i suoi gravi problemi, giocando, come vuole il teatro, con associazioni, rimandi e parallelismi, qui tutti convogliati sul mito di Medea.
Se da un lato ci congratuliamo con tutti gli attori e la regista, per aver svolto un percorso e uno studio sul linguaggio medea terryattento e preciso, dall’altro rimaniamo un po’ perplessi per almeno due motivi.
Il primo è costituito da un deficit che questo spettacolo ha a livello puramente drammaturgico: si parte bene, con un sistema di simboli, immagini e suoni evocativi e di estrema sintesi, per poi deflagrare in un urlato telefonato e didascalico della parte centrale, quella in cui si mitragliano sul pubblico tutte le problematiche politiche, di salute e di lavoro che tormentano gli abitanti della Val d’Agri. È come se lo studio fino a quel momento portato avanti, subisse un brusco arresto e si lasciasse andare alle soluzioni facili, che arrivano quasi ad annullare se non a contraddire lo spirito che anima il racconto. Deficit che sicuramente può essere superato con il rodaggio dello spettacolo, sera dopo sera, continuando a lavorare.
Il secondo motivo di perplessità vuole essere una riflessione un po’ più ampia su quella forma di teatro, definito impropriamente “di ricerca”, che rimanda a mPalermu di Emma Dante e che sembra essere diventata pericolosamente una sorta di prototipo alla moda, sposata da giovani artisti e, cosa un po’ più preoccupante, da premi consolidati. È inevitabile constatare, infatti, che tale forma impera sui palcoscenici nostrani (quelli fuori dai circuiti canonici, si intende), quasi fosse una sorta di influenza/epidemia stilistica.
Con l’augurio che non sia così e che la buona coesione ed energia del collettivo Internoenki possa portarci altri racconti autentici e attuali, magari un po’ più curati in scrittura, ci congediamo invitandovi a riflettere su certe ricorrenze della scena italiana.

Andrea Ozza

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