“Lovelace”, biopic edulcorato e convenzionale dietro la patina d’epoca

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Lovelace (id, Usa, 2013) di Rob Epstein e Jeffrey Friedman con Amanda Seyfried, Peter Sarsgaard, Sharon Stone, Adam Brody, James Franco, Juno Temple, Debi Mazar, Chris Noth, Hank Azaria, Wes Bentley, Robert Patrick, Bobby Cannavale, Chloë Sevigny, Eric Roberts

Sceneggiatura di Merritt Johnson e Andy Bellin, dalla biografia “The Complete Linda Lovelace” di Eric Danville

Biografico, 1h 33′, Barter Multimedia/ Microcinema, in uscita l’8 maggio 2014

Voto: 5 su 10

A prima vista, la decisione di Rob Epstein e Jeffrey Friedman di realizzare un film sulla vita della celeberrima pornostar Linda Lovelace sembrava naturale e perfettamente coerente con il loro percorso artistico “alternativo”: da sempre interessati ad approfondire il mondo della controcultura americana, dapprima con documentari osannati come Lo schermo velato e The Times of Harvey Milk (Premio Oscar nel 1984), poi con il film-inchiesta Urlo su Allen Ginsberg, i due registi avevano l’occasione di raccontare, attraverso un personaggio simbolo di un’epoca, un particolarissimo frangente storico – i primi anni Settanta – straordinariamente ricco di contraddizioni e sviluppi dal punto di vista socioculturale.

LOVELACE_new_gÈ un vero peccato, quindi, che tale affresco passi attraverso un biopic tanto fasullo e ricattatorio, atto principalmente a riabilitare la figura della prima grande pornoattrice mondiale, al secolo Linda Susan Boreman (Seyfried), da quando poco più che ventenne sposò il proprietario di nigh club Chuck Traynor (Sarsgaard), alla ribalta mediatica a seguito della partecipazione forzata alla più famosa e remunerativa pellicola hard della storia del cinema, Gola profonda, col nome di Linda Lovelace.

Operazione deludentemente superficiale perché, se da un lato Epstein e Friedman non mancano di rendere in modo prepotente il lato glamour della vicenda con un’estetica vintage accuratissima sin dalla pellicola sgranata, dall’altro pagano lo scotto di una sceneggiatura che è un covo di vittimismi agiografici, fatali per qualunque complessità psicologica legata al personaggio e alla triste vicenda che le ruota intorno. Non aiuta, in questo senso, la narrazione bipolare tra prima parte pubblica, con l’ascesa a star della Lovelace a farsi vessillo del sogno americano, e seconda parte che ripercorre le tappe dall’ottica privata, a partire dall’autobiografia Ordeal che Linda scrisse una volta sottrattasi all’ingranaggio speculativo che la imprigionava: scopriamo ora ciò che avevamo solo ipotizzato prima, l’ingenuità di una ragazza minata da una rigida impostazione cattolica e succube di un marito violento e senza scrupoli.

20379_pplIn questo modo, però, Lovelace si adegua alla convenzionalità che avvelena da troppo tempo il genere, rinuncia a indagare le ombre di un personaggio controverso per farne, più banalmente, il capro espiatorio di un nucleo famigliare anaffettivo e una martire del sistema commerciale pornografico. Così, oltre al ritratto edulcorato e moraleggiante della protagonista, a soccombere è anche lo spaccato di costume che Gola profonda contribuì a fondare (per riflettere sul fenomeno pop si veda il magnifico documentario del 2005 Inside Deep Throat di Fenton Bailey e Randy Barbato).

Facile lasciarsi affascinare dalla patina fotografica, dall’accuratezza di scenografie e costumi, dagli spezzoni meta-cinematografici e dalle strepitose mimesi attoriali, con meritato onore ad Amanda Seyfried che si concede al ruolo con dedizione degna di miglior causa. La sostanza è purtroppo nulla, ma ai registi va concesso il beneficio del dubbio: la produzione è stata tribolatissima e non poche le ingerenze in fase di montaggio.

Giuseppe D’Errico

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