“L’invisibile che c’è”, Antonio Grosso tra dolore e candore

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L’INVISIBILE CHE C’È
di Antonio Grosso
con Gennaro Cannavacciuolo, Antonio Grosso, Enzo Casertano, Antonello Pascale, Roberta Azzarone
regia Paolo Triestino
luci Luigi Ascione
scene Alessandra Ricci
costumi Adelia Apostolico

In scena al Teatro della Cometa di Roma, fino al 30 marzo

Voto: 7 su 10

In tempi di sperimentalismi fini a se stessi e di allestimenti comodamente seduti sulla pesante sacralità della tradizione, uno spettacolo come L’invisibile che c’è diventa una vera e propria manna dal cielo. Semplice ma decisamente efficace, diretto con la giusta puntualità dal bravo Paolo Triestino e scritto dal promettente Antonio Grosso (già autore dei fortunati Minchia signor tenente e Giggino Passaguai), narra la storia di un maturo artigiano napoletano, con la passione dei trenini elettrici, che cerca di sopravvivere alla tragica scomparsa dell’unico figlio, morto in un incidente sulla moto.1888489_689517594444416_1404006437_n Prova a tirargli su il morale, sfiorando la persecuzione, un vicino di casa e amico di lunga data, ma la malinconia diventa come una follia. Tanto che il pover’uomo inizia a sentire la voce del figlio attorno a sé, che gli parla come se non fosse mai andato via per sempre. Eccolo quindi il bel Giuseppe, in forma di spirito, a cercare di far chiarezza su questa strana situazione: papà, ma se sono morto, perché sto qua? Ad interpretarlo c’è lo stesso Grosso, bravissimo nel reggere l’iniziale smarrimento per poi riadattarlo agli equilibri di una nuova quotidianità. Il padre che deve affrontare il dolore più grande ha il volto di Gennaro Cannavacciuolo, in una prova ricca di raffinati chiaroscuri. Eco della grande commedia eduardiana si mischiano al richiamo postmoderno di una fiaba per il cinema come Ghost, il film del 1991 con Patrick Swayze e Whoopi Goldberg, convivendo felicemente. Non mancano le risate, quelle genuine, direttamente dalla più solida scuola partenopea del ceffone, della superstizione e del vafangul (gran merito a Enzo Casertano e Antonello Pascale, nella parte degli inquilini bonariamente impiccioni), anche se a conquistare è la dimensione interiore narrata tra dolore e candore, il legame filiale che dura oltre la vita, e che testo scritto e regia teatrale riescono a restituire con poeticità.

Giuseppe D’Errico

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