“L’intrusa”, un film di Leonardo Di Costanzo, la recensione

Set del film "L'Intrusa" di Leonardo di Costanzo.
Nella foto Raffaella Giordano.
foto di Gianni Fiorito
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L’intrusa (Italia, 2017) di Leonardo Di Costanzo con Raffaella Giordano, Valentina Vannino, Martina Abbate, Anna Patierno, Marcello Fonte, Gianni Vastarella, Flavio Rizzo

Sceneggiatura di Leonardo Di Costanzo, Maurizio Braucci, Bruno Oliviero

Drammatico, 1h 35′, Cinema di Valerio De Paolis, in uscita il 28 settembre 2017

Voto: 7 su 10

È da qualche tempo, ormai, che la cinematografia e i palinsesti televisivi, soprattutto italiani, tracimano di soggetti incentrati sul tema, a quanto pare sempre spendibile, della mafia. Eppure è un argomento che, per quanto possa sembrare facilmente affrontabile, rischia, tuttavia, di diventare terreno fertile atto a far germogliare ovvi luoghi comuni e superficialità di analisi. Non ci si aspettava, quindi, qualcosa di molto diverso dal film L’Intrusa. E, invece, Leonardo Di Costanzo sceglie, con un risultato efficace, di raccontare una storia, come egli stesso sottolinea, “con la camorra ma non sulla camorra”. Utilizzando un punto di vista differente: quello di chi lavora quotidianamente per cercare di strappare da quei tentacoli chi vorrebbe affrancarsi da un destino che non ha scelto.

locandinaIl regista entra in punta di piedi in un mondo che dimostra di aver voluto conoscere, prima di poterlo descrivere, creando un lucido equilibrio tra le delicate dinamiche che si creano nei microcosmi infettati dalla criminalità organizzata. In questo percorso il suo alter ego ha le fattezze della coraggiosa Giovanna (Raffaella Giordano), che ha istituito e dirige un modesto centro ricreativo nella periferia di Napoli, dove accoglie soprattutto bambini e adolescenti, per cercare di tenerli lontani da una inevitabile educazione di stampo malavitoso. La complessa simmetria faticosamente costruita nel quartiere si incrina quando la generosa comprensione della donna la spinge ad accettare di ospitare, all’interno della struttura, Maria (Valentina Vannino), moglie di un pericoloso latitante, convinta che quella di quest’ultima sia un’implicita richiesta d’aiuto. La convivenza tra chi vede in quel luogo una possibilità per prendere le distanze da un sistema malato e la nuova arrivata, percepita come un’intrusa e che di quel sistema è una testimonianza, diventa con il trascorrere dei giorni sempre più difficile. Fino a giungere ad un epilogo che trasferisce allo spettatore l’incombenza dell’ardua sentenza finale.

Armato soltanto di intelligenza e sensibilità, Di Costanzo sviscera la materia, cogliendo sfumature e necessità che chi ha vissuto in contesti impregnati in modo capillare dalla cultura delle cosche conosce e non ritrova, purtroppo, negli altri progetti di celluloide imbastiti per scopi, evidentemente, puramente commerciali. L’attenzione alle diverse opinioni dei personaggi coinvolti non viene mai meno e la sceneggiatura, scritta dallo stesso cineasta in collaborazione con Maurizio Braucci e Bruno Oliviero, dopo aver condannato senza margine di fraintendimento la camorra e senza scadere nel pericoloso equivoco della celebrazione, presenta un’umanità che per quanto dolente non cede alla tentazione di darsi per vinta. Anzi, chiede a gran voce una condanna sociale che isoli quegli elementi, ancor prima che a farlo sia un tribunale, per poterli spogliare di quel necessario consenso sociale, che costituisce parte della linfa che alimenta la loro autorità a delinquere. Aspetto nuovo, questo, a volte assente perfino nella realtà. Una prospettiva che denuncia un’elevata dose di ottimismo da parte dell’autore, espresso anche nel mostrare la presenza costante ed operativa dello Stato sul territorio.

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Quasi tutta la trama si dipana nello spazio piuttosto angusto e spartano dove ha sede l’associazione, non certo un posto da favola, al contrario: la fotografia sgranata e mesta di Hélène Louvart non lascia nessun vantaggio alle illusioni, ricordando continuamente la durezza del luogo mentre, tutt’intorno, arrivano in lontananza i suoni di una città distratta e indifferente. Il compito di rincuorare e ispirare alla perseveranza gli adulti, con benefici effetti dentro e fuori lo schermo, viene affidato ai piccoli protagonisti, tutti attori non professionisti, tra cui convince in particolar modo Martina Abbate, talmente immedesimata nella parte da aver spesso aggiunto arbitrariamente, e felicemente, particolari atteggiamenti e frasi nell’interpretare la sua Rita durante le riprese.

Fuori da ogni nostrana consuetudine, Di Costanzo (già premiato con il David di Donatello nel 2013 per L’Intervallo) porta in scena una vicenda di mala utilizzando un impianto di tipo teatrale, impostato, secondo le sue intenzioni, sui canoni della narrazione classica: il singolo-eroe, gli ostacoli che intralciano la sua azione, la comunità in cui agisce e il dilemma etico e morale che lo pone dinanzi ad un bivio. Non ci sono giudici né giudizi ma soltanto persone che vivono ai margini e che cercano di fare del loro meglio per mantenere salda la propria integrità. L’Intrusa ha ricevuto una lunga ovazione all’ultima edizione del Festival di Cannes, presentato nella sezione Quinzaine des Réalisateurs, che ha riconosciuto la qualità di un’opera il cui merito va anche al produttore Carlo Cresto-Dina, da sempre interessato più alla qualità e alle idee espresse da inaspettati gioielli (come in passato è accaduto per Fräulein) che ai grandi numeri. L’immagine che più resta impressa nella memoria è il volto segnato dall’impegno e dalla sofferenza della Giordano che, pur provenendo dal mondo della danza, ben incarna la tenacia mista a quel velo di malinconia che nasce dal dover spesso fare i conti con le sconfitte subite in quelle trincee, dove sopravvivono quelli che Di Costanzo definisce “gli eroi della contemporaneità”.

Lidia Cascavilla

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