“L’insulto”, un film di Ziad Doueiri, la recensione

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L’insulto (L’insulte, Libano/Francia, 2017) di Ziad Doueiri con Adel Karam, Kamel El Basha, Camille Salameh, Carlos Chahine, Christine Choueiri, Diamand Abou Abboud, Julia Kassar, Rifaat Torbey, Rita Hayek, Talal El Jurdi

Sceneggiatura di Joelle Touma, Ziad Doueiri

Drammatico, 1h 53′, Lucky Red, in uscita il 6 dicembre 2017

Voto: 8 su 10

Parte da un episodio biografico relativo al regista Ziad Doueiri, già assistente di Quentin Tarantino, e della sua ex moglie, anche co-sceneggiatrice, la genesi creativa de L’insulto, il film franco-libanese presentato con grande successo all’ultima Mostra del Cinema di Venezia (Coppa Volpi per il protagonista Kamel El Basha) e in corsa per l’Oscar alla miglior opera in lingua straniera. Come egli stesso ha raccontato, tutto nasce da uno scambio di battute piuttosto pesante con un operaio palestinese, bagnato dall’acqua che Doueiri stava dando ai suoi cactus sul balcone: il primo gli ha dato del “pappone”, il regista ha replicato con “avrei preferito che Ariel Sharon vi avesse sterminati”. Fortunatamente, alle offese sono seguite anche le scuse immediate da ambo le parti; ma cosa sarebbe successo se la questione non fosse stata chiusa subito?

L_INSULTO_gL’insulto prende le mosse dal medesimo episodio di vita vera, per montare poi in un grandioso atto d’accusa verso le tensioni mai sopite tra cristiano-libanesi e profughi palestinesi, con la storia sanguinosa alle loro spalle a parlare per loro: i due contendenti finiscono in tribunale e il caso, da privato, diventa nazionale. Al processo, oltre agli avvocati e ai familiari, si schierano due fazioni opposte di un paese che riscopre in quell’occasione ferite mai curate e rivelazioni scioccanti, facendo riaffiorare così un passato che è sempre presente.

Il limite più evidente della sceneggiatura di Joelle Touma e Doueiri è la sua matrice fortemente melodrammatica in una costruzione narrativa che procede bilanciando abilmente apologo morale e tenzone giudiziaria. L’eccesso di calcolo, unito a un’invidiabile fluidità registica e a una confezione perfettamente in linea con i gusti del pubblico occidentale, potrebbe irritare i puristi dell’essenzialità del cinema mediorientale; inoltre, si scorge qualche difficoltà nella scelta del finale più giusto, tra i tanti (troppi) proposti. Tutto ciò al netto di un affresco sociale e culturale davvero potente e di un coinvolgimento emotivo tra i più entusiasmanti della stagione cinematografica. Ben venga, allora, un elaborato artificio drammaturgico (colpi di scena e rivelazioni si susseguono a ritmo vertiginoso) se serve a riportare all’interesse comune un argomento ancora di scottante attualità.

Giuseppe D’Errico

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