Linkin Park – Living Things

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‘La nostra è una musica che non può essere definita. Possiamo suonare con i Metallica questa settimana per poi andare in tour con Jay-Z  la prossima’  ha affermato orgoglioso Chester Bennington, voce dei Linkin Park. E ha ragione da vendere. Piaccia o no ai ‘puristi’ della prima ora, la band di Los Angeles ha sprigionato un enorme potenziale creativo nei suoi cinque album ufficiali e nelle molteplici collaborazioni: dall’iniziale Nu metal del debutto discografico ‘Hybrid Theory’ si è fatto via via più accattivante, strizzando l’occhio a hip-hop, elettronica, pop tout-court e potenziando la componente rap. Fino ad arrivare ai giorni d’oggi e a un approccio più radio friendly, vissuto non come un difetto, ma come una conquista.Ed è qui che si ritaglia un posto di prestigio l’ultimo dei lavori dei Linkin Park, ‘Living Things’. L’album riprende il discorso musicale intrapreso dal terzo lavoro, quel ‘Minutes To Midnight’ in cui lo stile dei primi dischi era stato soppiantato da una più diffusa libertà compositiva al di fuori dei rigidi dettami rap e modern metal, con buona pace di quanti liquidavano la band come sorella minore dei vari Korn, Deftones e Limp Bizkit.  Aggressività chitarristica e melodia nel cantato e nei synth, accattivanti frammenti rap e chorus che ti si appiccicano addosso e finisci per ricordarli anche a distanza di giorni: ecco la ricetta dell’opener ‘Lost In the Echo’ e di ‘Burn It Down’, primo singolo estratto da ‘Living Things’. Nulla di nuovo all’orizzonte, solo una miscela che raggiunge oggi il suo punto più armonioso nell’alternanza vocale tra Bennington, col suo timbro melodico e dolce, e il rapping di Mike Shinoda. Il riffing di Brad Nelson suona solido e potente, questo a conferma della volontà di mantenere un suono ‘duro’ nell’approccio chitarristico, mentre a Joe Hahn spetta l’attività di ‘colorare’ il sound di suggestioni sintetiche dietro al campionatore.

Ad arricchire il cd di ulteriori suggestioni ecco  ‘Castle of Glass’, un brano folk rock in cui Shinoda e Bennington duettano entrambi con voce melodica e ‘pulita’, senza dimenticare il breve episodio simil-ambient intitolato ‘Tinfoil’ che introduce la ballad finale ‘Powerless’. Tutto questo è ‘Living Things’, trentasette minuti di rock moderno e mainstream che sta furoreggiando da tempo nelle classifiche di tutto il mondo con i debiti ‘obblighi’ a cui una top band oggi non può sottrarsi: attenzione all’estetica del videoclip, partecipazione a colonne sonore di fiction televisive e videogiochi e quant’altro.
A chi ascolta l’album non compete comunque un giudizio ‘morale’ sulla gestione del talento dei musicisti, per cui limitandoci alla soddisfazione uditiva personalmente apprezzo i Linkin Park e il loro crossover , poiché al netto delle varie tipologie di sonorità prodotte si riconosce sempre un’identità ben precisa, un ‘marchio di fabbrica’ a cui contribuisce non poco la sapiente produzione di Rick Rubin, vero e proprio guru di consumata esperienza che ha valorizzato il sound di realtà diversificate quali Slayer, Johnny Cash, System of a Down, Red Hot Chili Peppers, Shakira.
Spero che in futuro la band torni a sviluppare la vena sperimentale del penultimo  cd, quel ‘A Thousand Suns’ in cui si dava largo spazio all’elettronica a discapito della vena più rock e standardizzata del proprio DNA, tuttavia va confermata la bontà di ‘Living Things’, lavoro impeccabile in forma e sostanza. Solo una cosa, il minutaggio: non si poteva fare qualcosa in più?

Alessio Spina

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