“Le streghe di Salem”, Rob Zombie e il comune senso del disgusto

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Le streghe di Salem (The Lords of Salem, Usa, 2012) di Rob Zombie con Sheri Moon Zombie, Bruce Davison, Jeffrey Daniel Phillips, Ken Foree, Dee Wallace Stone, Patricia Quinn, Maria Conchita Alonso, Meg Foster, Judy Geeson

Sceneggiatura di Rob Zombie

Horror, 1h 41’, Notorious Pictures, in uscita il 24 aprile 2013

Voto: 3 su 10

Difficile riuscire a pronunciarsi su un film così nauseante e disturbante. Probabile che l’intento di Rob Zombie fosse proprio questo, dopo la ludica macelleria a suon di rock de La casa dei 1000 corpi e del dittico di Halloween. Non è detto che a tutto debba esserci un limite, ma la soglia della sopportazione, morale e visiva, viene abbondantemente superata in questo Le streghe di Salem, totalizzante punto d’arrivo artistico per il suo regista, pullulante spazzatura d.o.c. per chi scrive.

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Nel 1692, a Salem, sette donne vengono bruciate vive perché accusate di essere streghe e di invocare il demonio; prima di morire, una di loro (Meg Foster) giura vendetta alla città e al giudice che le ha condannate. Oggi, la deejay radiofonica Heidi (Sheri Moon), riceve un misterioso pacco in legno, contenente un disco in vinile su cui sono incise alcune ipnotiche sonorità tribali che le faranno perdere il controllo con la realtà. Il rituale si sta compiendo, le streghe stanno tornando e Heidi viene fecondata da Satana.

Tralasciando il ritmo catatonico e la suspense inesistente, il film infastidisce per la smaccata velleità autoriale di Zombie, seriamente intenzionato ad essere preso sul serio dal circuito cinefilo intellettuale che male aveva digerito il tradimento commerciale con i due Halloween.

Ecco quindi che il regista (ri)scrive di suo pugno uno dei miti folklorici più celebri d’America, per imbastirci intorno una estetizzante sagra del cattivo gusto, con un occhio al più feroce satanismo d’accatto, e l’altro alla più rodata tradizione made in japan.

lords-of-salem-rob-zombie-streghe-patricia-quinn-dee-wallace-judy-geesonRisultato: una storia che sta su un fazzoletto per giustificare una catena inaudita di colpi bassi, tra sabba infernali, concepimenti cannibalici, sedute masturbatorie tra preti, visioni mistiche di madonne e caproni, corna e croci, angeli e demoni in una delirante baraonda video-artistica ben oltre i confini della blasfemia.

Più che di coraggio, trattasi a ben vedere di pretenziosa stupidità, confezionata a tavolino per neofiti della doom generation.

Unica consolazione per l’appassionato è il cast di vecchie glorie del genere, dalla mitica Patricia-Magenta-Quinn alla mamma di E.T Dee Wallace Stone, fino a Bruce Davison e alla rediviva Meg Foster che, con il tempo, ha saputo ben riutilizzare quell’inquietante sguardo marino. E non sfigura neppure la bella Sheri Moon, moglie del regista, in grado di aggirarsi tra i più disparati siparietti kitsch senza ricoprirsi di ridicolo.

Giuseppe D’Errico

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