“La voce umana/Il bell’indifferente”, Asti a disagio in una fiera dell’ovvio

56 ° Festival Dei 2 Mondi

Adriana Asti in
LA VOCE UMANA / IL BELL’INDIFFERENTE
di Jean Cocteau
traduzione René de Ceccatty
con Mauro Conte
regia Benoît Jacquot
scene Roberto Platè
costumi Nicoletta Ercole, Christian Gasc
luci Daniele Nannuzzi, Jacques Rouveyrollis
un progetto di Spoleto56 Festival dei 2Mondi
coproduzione Spoleto56 Festival dei 2Mondi, Teatro Metastasio Stabile della Toscana, Mittelfest

In scena al Teatro Piccolo Eliseo di Roma fino al 3 novembre

Voto: 5 su 10

Due celebri monologhi. Un premiato regista d’oltralpe. Una grandissima attrice. Un duplice allestimento che sembra nato per dividere. Teatro rigoroso ed essenziale nella sua forma più preziosa, o teatro stanco, esasperato, in una forma (scenica e recitativa) quanto mai abusata? Decisamente scomodo, in questo caso, restare nel mezzo.

La-Voce-Umana_0420062013140808Si parte male, spiace sinceramente dirlo, con La voce umana, pezzo da diva e lamento d’amore che negli anni ha sofferto le più svariate presentazioni. Forse per colpa di un’interpretazione rimasta nella memoria collettiva, quella vigorosa e senza limiti di Anna Magnani nel film L’amore di Roberto Rossellini, forse a causa dell’eccessivo sfruttamento del testo, e quindi nella pretesa di ricevere quello zampillo di novità che ne giustifichi una riproposta, ma quella di Adriana Asti è una voce fin troppo poco umana, diremmo estremamente trattenuta e mai credibile. La straziante supplica di una donna all’uomo che la sta lasciando per mezzo di una telefonata diventa, nella visione registica di Benoît Jacquot, una sorta di seduta di autoanalisi sibilata, in cui la bravissima attrice sembra non solo a disagio, ma anche sprecata in una scena buia e spoglia che pare cristallizzarla in una dimensione dell’anima assai banale.

Cambio di prospettive, oggetti scenici spostati a vista da un lato all’altro del palco. Decisamente più riuscito Il bell’indifferente, che vede una Asti mattatrice alle prese col corpo di un giovane amante muto e insolente. Il tono più ironico rende la recitazione meno artefatta, ma il taglio registico è ugualmente inerte e mette ancora a rischio le capacità indiscusse della protagonista, ridotta a fastidiosi ammiccamenti alla platea.

La sensazione è che Adriana Asti fosse, in entrambi i casi, fuori parte. Non per i due testi in sé, quanto per le intenzioni di messa in scena di Jacquot, in una parola, vecchie. Alla fine l’attrice raccoglie affettuosi applausi, per ovvi meriti di straordinaria teatrante quale è, ma soprattutto per aver accettato e perso una sfida scriteriata, proprio perché lei è immensamente più originale e moderna rispetto a questa fiera dell’ovvio ammantata di autoreferenzialità.

Giuseppe D’Errico

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>