“La vita di Adele”, oltre il cinema-verità, un’esperienza totale che lascia ammaliati

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La vita di Adele (La vie d’Adèle, Francia, 2013) di Abdellatif Kechiche, con Adèle Exarchopoulos, Léa Seydoux, Jérémie Laheurte, Salim Kechiouche, Mona Walravens

Sceneggiatura di Abdellatif Kechiche e Ghalya Lacroix, liberamente tratto dalla graphic novel di Julie Maroh “Il blu è un colore caldo” (Ed. Rizzoli – Lizard)

Drammatico, 2h 59’, Lucky Red, in uscita il 24 ottobre 2013

Voto D’Errico: 10 su 10

Voto Ozza: 8 su 10

Per una bella definizione, il cinema è la macchina dei sogni. Spesso, però, è anche lo specchio deformante della realtà e della vita. Con La vita di Adele, del regista tunisino naturalizzato francese Abdellatif Kechiche, Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes, la normale indiscrezione del mezzo cinematografico scompare completamente per lasciare spazio alla vita stessa, senza artifici né plagi per amor di estro artistico. Il risultato è un film che sembra, allo stesso tempo, la negazione di un film come finzione e la prova più sconvolgente del potere del cinema. Filmare una storia d’amore, in un tranche de vie lungo degli anni, come se questa ci appartenesse in prima persona, come se i protagonisti fossimo noi, tanto è fuori dal comune lo stile adottato, totalmente naturale, limpido, confortevole, perturbante.

la-vita-di-adele_coverChe sia una storia d’amore omosessuale è elemento di secondo piano, così come passano quasi inavvertite le tante tracce sociali legate alle differenze di classe tra la proletaria, vulnerabile e meravigliosamente libera Adele (Exarchopoulos) e la borghese bohemien dai capelli blu Emma (Seydoux), unite da un sentimento profondo e divise da una fame di vita che invade tanto la prima quanto troppo poco la seconda.

E mentre scorrono le immagini della vita di Adele sullo schermo, così vere da straziare l’anima, noi siamo lì con lei, in una nuova esperienza di interazione tra pubblico e cinema. Kechiche cattura la vita, filma l’impossibile dei corpi che interagiscono con altri corpi e con l’ambiente, ferma i gesti più comuni come toccarsi i capelli o mangiare una forchettata di spaghetti ma innalzandoli a caratteristiche universali, presenta il sesso nella sua forma più vera, senza permessi.

abdel-kechiche_laviedadele-blue-is-the-warmest-colour-nuove-foto-013Inutile dilungarsi oltre su quella che sembra una delle più importanti prove cinematografiche della storia, in termini registici ma anche, se non soprattutto, interpretativi: impressionanti, indimenticabili Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux, da cui Kechiche è riuscito a ottenere ogni briciola della più assoluta verità (il ché ha portato le due attrici a recriminare sul direttore tiranno), in particolare con Adele si crea un corto circuito tra protagonista e personaggio nel quale è impossibile non essere travolti.

Un film che vive con noi e su di noi, che non ci abbandona perché la vita di Adele è la nostra vita, Adele c’est moi.

Giuseppe D’Errico

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