“La parte degli angeli”: la salvezza inizia col whisky

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La parte degli angeli (The Angels’ share, Regno Unito, Francia, 2012) di Ken Loach, con Paul Brannigan, John Henshaw, Gary Maitland, Jasmine Riggins, William Ruane.

Sceneggiatura di Paul Laverty

Commedia, 1h46′, Bim, in uscita il 13 dicembre 2012

Vincitore del Premio della Giuria al Festival di Cannes 2012

Voto: 7 su 10

Robbie è un teppistello senza arte né parte che passa le sue giornate a mettersi nei guai in una Glasgow violenta che non offre vie d’uscita, fino a che il tribunale non decide di graziarlo dalla carcerazione per affidarlo ai lavori sociali, in vista della sua imminente paternità. L’incontro con Harry, responsabile della riabilitazione di giovani diversamente condannati ad una perdizione senza scampo, gli cambierà la vita, grazie anche ad un fortuito quanto provvidenziale avvicinamento al  mondo delle  degustazioni di whisky.

La-parte-degli-angeli-MAN-dataNel lungo processo di maturazione dell’alcolico scozzese più famoso al mondo, un buon 2 per cento di prodotto finale va perduto per sempre a causa dell’evaporazione, e questa è la parte che gli intenditori ritengono destinata agli angeli.

Nel suo ultimo film, Ken Loach si serve di una metafora personificando gli angeli del titolo in un uomo di mezza età completamente votato alla causa del suo lavoro – aiutare giovani dati per spacciati nel circolo vizioso della società cui appartengono – e in un neonato, simbolo estremo di pura innocenza, figlio di uno di quei giovani, arrivato a cambiargli le prospettive di una vita altrimenti destinata al più totale fallimento. Dietro la metafora si cela la morale del regista inglese, da sempre attento artigiano di un mondo che mostra l’altra, dolente, faccia del civilissimo Regno Unito, quella più problematica e sotterranea, di cui è scomodo parlare, ma che solo un abile narratore può essere in grado di raccontare senza scadere in un patetico moralismo. La realtà che Loach racconta è  un dato di fatto ben radicato, e la bravura del cineasta sta nel mantenere, per tutto il corso del film, il giusto equilibrio tra leggerezza e peso di un argomento troppo a rischio di sfociare in una facile denuncia fine a se stessa. Anche i personaggi non vengono dipinti come eroi incompresi, figli e vittime di una comunità malata che ne è la carnefice; i ragazzi che qui si cerca di salvare sono offerti agli occhi di chi guarda per quello che sono: persone difficili, ma ben consapevoli della propria condizione di disadattati, così immersi nella realtà cui appartengono da non riuscire a rinnegarla in toto, che continuano a commettere i propri errori anche dopo avere promesso di non farlo più, perché quella è la regola di una vita  vincolata alle leggi della criminalità.

Lo stesso Robbie viene presentato così com’è, senza cercare di accattivarsi le simpatie dello spettatore. Il momento del confronto con la famiglia del ragazzo da lui massacrato senza motivo mette a nudo un giovane allo sbando, per cui si prova vergogna e rabbia al tempo stesso. Un essere umano -come purtroppo ce ne sono tanti- rovinato dalla brutalità di un’esistenza che puzza di marcio sin dal primo giorno di vita.

immagine_la-parte-degli-angeli_34438Eppure Loach non nega -a lui come ai suoi compagni di (s)ventura- la possibilità di farcela, di cambiare il proprio destino, senza però tentare la strada edulcorata del figliol prodigo pentito. Prova ne è che l’idea che permetterà poi la via di fuga parte sempre da un imbroglio che ,anche se a fin di bene, sempre imbroglio rimane.

La regia del film si mantiene sobria e al di sopra delle parti, giocando il tutto su un delicato equilibrio tragicomico. Lo squallore in cui affondano le vite dei protagonisti è mostrato senza ricami, eppure -complice la sceneggiatura del fedele Paul Laverty – scozzese doc, cui forse si devono i frequenti  richiami agli stereotipi sui suoi conterranei – Loach trova il modo di strappare più di un sorriso anche in un ambiente in cui nessuno si augurerebbe di far crescere i propri bambini. In una battaglia quotidiana in cui la posta in gioco è la sopravvivenza, ogni  mezzo è lecito per conquistarsela, e nel momento in cui diventa una possibilità per cominciare a vivere, anche un colpo disonesto appare accettabile per offrire ad un figlio (oltre che a se stesso) la chance di una vita normale.

In una logica da fine che giustifica i mezzi, Loach di sicuro non sfodera una capolavoro con La parte degli angeli, ma offre, prima ancora che una speranza, almeno l’augurio di poter sperare, che in una realtà dei fatti così brutale, è già qualcosa.

Natalia Patruno

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