“La luce sugli oceani”, un film di Derek Cianfrance, la recensione

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La luce sugli oceani (The Lights Between Oceans, Usa, 2016) di Derek Cianfrance con Michael Fassbender, Alicia Vikander, Rachel Weisz, Jack Thompson, Bryan Brown

Sceneggiatura di Derek Cianfrance, dal romanzo omonimo di M.L. Stedman (ed. Garzanti)

Sentimentale, 2h 12’, Eagle Pictures, in uscita l’8 marzo 2017

Voto: 6½  su 10

C’era una volta il melò per signore (che i mariti hanno sempre apprezzato), spregiativamente definito dai critici più insolenti “polpettone”, un genere che ha fatto la storia del cinema con autori come Mervyn Le Roy e Douglas Sirk e che ha lanciato nell’olimpo del divismo attori come Gregory Peck, Greer Garson e Jane Wyman. Un tempo vituperato ma nobile d’animo, oggi pressoché dimenticato dall’industria cinematografica, ce lo riporta in sala (e in concorso a Venezia 73, dove è stato subissato di fischi) Derek Cianfrance, che già aveva fatto capire di amare questa tipologia di narrazione, declinata in chiave contemporanea e assai intima nei precedenti Blue Valentine e Come un tuono.

53167La luce sugli oceani, trasposizione di un lacrimoso best seller estivo, ha tutte le carte in regola per avvincere lo spettatore appassionato: c’è una terra meravigliosa e selvaggia come l’Australia di inizio Novecento, il guardiano di un faro (Fassbender) con un passato di traumi bellici, la figlia (Vikander) del primo cittadino che se ne innamora, una vita coniugale segnata dall’isolamento su uno scoglio e dall’assenza di figli, fortemente voluti ma sempre, crudelmente negati dalla sorte. Fino a che non giunge una barca alla deriva con a bordo il cadavere di un uomo e una neonata infreddolita e piagniucolante. Marito e moglie la alleveranno in segreto, come fosse loro, ma dilaniati nella propria coscienza, soprattutto quando scopriranno, anni dopo, che la vera madre (Weisz) della bambina continua a cercarla senza darsi pace.

Il regista sogna il grande melodramma in costume, si affida alla potenza della storia, agli scenari dalle vastità ancestrali, alla fotografia pastosa di Adam Arkapaw, alle musiche tormentate di Desplat e a due bravi interpreti, che sul set non hanno potuto fare a meno di innamorarsi sul serio. Non ci sono altre ambizioni, il film non finge di essere nulla di diverso da ciò che è, ossia un drammone sentimentale vecchia maniera, pieno di sofferenza, di sensi di colpa e scherzi del destino. La Hollywood d’annata, con un simile soggetto, avrebbe creato un’autentica macchina da guerra; oggi, invece, si attutisce colpevolmente il delirio intrinseco al genere nella speranza di infondere verità e autorità all’opera, rendendo il tutto più macchinoso, più scolastico, paradossalmente e inconsapevolmente meno realistico. Snaturare la spudoratezza del melò è il più grave errore commesso da Cianfrance che, col passare dei minuti e delle sfortune, non ha modo di evitare al suo copione di scivolare in una pigra scontatezza. Ad ogni modo, le lacrime si verseranno copiose e gli affezionati della prima ora potranno sugellare il finale con la fatidica frase: “è molto bello, ho pianto tanto”. Evviva il melodramma.

Giuseppe D’Errico

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