“La gatta sul tetto che scotta”: miagola in birignao nel piatto allestimento di Cirillo

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LA GATTA SUL TETTO CHE SCOTTA
Di: Tennessee Williams
Regia: Arturo Cirillo
Traduzione: Gerardo Guerrieri
Con: Vittoria Puccini e Vinicio Marchioni Paolo Musio, Franca Penone, Salvatore Caruso, Clio Cipolletta, Francesco Petruzzelli
Scene Dario Gessati
Costumi Gianluca Falaschi
Luci Pasquale Mari
Musiche Francesco De Melis
Prodotto da: Compagnia Gli Ipocriti- Fondazione Teatro della Pergola
In scena fino al 15 marzo 2015 al Teatro Ambra Jovinelli di Roma

Voto: 4 su 10

La gatta sul tetto che scotta: che titolo altisonante, che autore immortale. Quanto è immenso questo dramma, che se ne infischia del tempo e dello spazio e riesce a parlare ancora oggi, in qualsiasi parte del mondo venga rappresentato. L’Italia però sembra non adorare Tennessee: pochi allestimenti dei suoi drammi, molti dei quali poco riusciti (forse non lo sappiamo recitare? forse neanche dirigere?). Non fa eccezione quest’ultimo allestimento a firma di Arturo Cirillo, raggelante per la direzione attoriale e per una messa in scena che sembra non volere far i conti con un senso, con un “perché” voler riproporre questo titolo, con quale urgenza, con quale intento, in quale chiave.
4Ma andiamo con ordine, partendo dalla recitazione. I primi 20 minuti dello spettacolo fanno venire il latte alle ginocchia: in scena una Vittoria Puccini che per la prima volta calca le scene, e ce la fa scontare tutta. Non ce ne voglia l’attrice, che abbiamo apprezzato in molte occasioni al cinema come in tv, ma il teatro sembra proprio non fare per lei. In particolare viene alla luce una mancanza totale di tecnica, nell’uso della voce come nella postura/presenza scenica. Per non parlare di un modo di recitare a dir poco innaturale, infarcito di birignao e privo, quindi, di pensiero. Il colmo dei colmi è il seguente: una ragazza splendida, bella, luminosa come Vittoria non riesce ad essere sensuale neanche per un istante all’interno dello spettacolo. La sua “gatta” si muove e parla così male che rischia di sembrare tutto meno che fascinosa e attraente.
3Superata la parte iniziale, quando entrano in scena gli altri personaggi, si inizia ad accomodarsi un po’ sulla poltrona, ma la mente partorisce un secondo atroce dubbio: che scenografia è mai quella? Che tipo di lettura ne ha fatto il regista di questo dramma? Che senso ha il riproporci questo allestimento? Sarebbe stato meglio rimanere a casa e vedersi il dvd del film?
L’attenzione poi si sposta sull’interpretazione degli altri personaggi, che viaggia ora su un sopra le righe mal gestito, ora sulla filodrammatica, zoppicando e inceppando in una nebulosa e polverosa idea registica che sembra proprio non volersi esprimere.
La sensazione è quella di aver assistito a un allestimento sconclusionato, mal assortito e, soprattutto, non riuscito. Ma la forza del dramma di Williams riesce a superare tutto questo, qualcosa, infatti, arriva comunque: l’ipocrisia dei rapporti convenzionali, l’istituzione familiare che schiaccia e reprime il singolo individuo, la bellezza di un dialogo ben scritto, di una struttura drammaturgica ben congeniata.
Un unico plauso, che viene spontaneo fare, è agli attori Franca Penone, Paolo Musio e Vinicio Marchioni (rispettivamente la madre e il padre di Brick) che hanno dimostrato di possedere tecnica, padronanza di linguaggio e capacità interpretativa in abbondanza, reggendo sulle loro spalle gran parte dello spettacolo.
Ci congediamo con una preghiera rivolta ai produttori (che devono sempre sbigliettare) e ai distributori (idem con patate): scegliete sempre interpreti adatti a ruolo e funzione, anche se “nomi”, che almeno siano preparati, di esperienza e portatori di qualità, altrimenti, inevitabilmente, tutto fallisce, tutto si sgretola, tutto va a rotoli. Grazie

Andrea Ozza

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