“King Arthur – Il potere della spada”, un film di Guy Ritchie, la recensione

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King Arthur – Il potere della spada (King Arthur: legend of the sword, USA, 2017) di Guy Ritchie con Charlie Hunnam, Astrid Bergés-Frisbey, Djimon Hounsou, Aidan Gillen, Jude Law, Eric Bana

Sceneggiatura di Joby Harold, Guy Ritchie, Lionel Wigram

Fantasy, 2h 6’, Warner Bros Pictures, in uscita il 10 maggio 2017

Voto: 3 su 10

Elefanti giganti, mostri marini, magia nera, eroi ribelli: direttamente da Hollywood l’ultima giostra per il divertimento di grandi e piccini, in mirabolante 3D, per narrare le gesta di “un re venuto dal nulla” come locandina recita, per un film che di riuscito ha – anch’esso – praticamente nulla.

Il pretesto narrativo è una rilettura del mito di Excalibur, nel quale l’eroico Artù non è uno scudiero ma un giovane di strada che ha accumulato una piccola fortuna come tuttofare in un bordello della città di Londinium; costretto alla fuga dagli uomini del re usurpatore, diventerà leader recalcitrante di un manipolo di ribelli per spodestare dal trono il malvagio Vortigen.

ITA_KARTH_VERT_TSR_INTL_2764x4096_master-rev-1175 milioni di dollari di budget per portare sul grande schermo una trama men che esile, nella quale protagonisti e antagonisti muovono le proprie azioni sulla base di psicologie archetipiche che hanno lo stesso spessore di un fotoromanzo Grand Hotel. Si prendano ad esempio le gesta del cattivo interpretato da Jude Law, che per brama di potere, in quelle che avrebbero dovuto essere due svolte narrative chiave della vicenda, uccide moglie e figlia con aria sofferente e sguardo torvo: peccato non possa esserci alcun transfer emotivo per lo spettatore, poiché i “personaggi” in questione sono a tutti gli effetti poco più che due comparse qualunque.

Certo la confezione tecnica è impeccabile, il mood visivo del film raccoglie a piene mani da Il signore degli anelli, 300, Game of Thrones o uno qualunque dei film sugli X-Men, e il marchio di fabbrica del direttore d’orchestra, Guy Ritchie, è più che evidente nel sovrabbondante uso di slow motion e flash forward: incredibile come, con tale abbondanza di riferimenti e con la macchina produttiva della Warner Bros alle spalle, il regista inglese non riesca a costruire una sola scena che non abbia il sapore del già visto, o un qualcosa per il quale il film valga la pena di essere ricordato, una volta terminata la sua (lunghissima) visione.

Ritchie gira enfatizzando fino al parossismo ogni singola scena, creando un unicum indistinto nel quale si susseguono una dietro l’altra sequenze ad alto contenuto spettacolare, sottolineate da una colonna sonora tribal rock che ulteriormente esaspera toni e avvenimenti: l’effetto complessivo è quello di uno spettacolo tanto grandioso quando inutile, enorme spreco di denari per un blockbuster senza carattere, destinato, scommettiamo, a un flop rovinoso.

Marco Moraschinelli

One Response to “King Arthur – Il potere della spada”, un film di Guy Ritchie, la recensione

  1. […] Charlie Hunnam, che incappa nel secondo flop consecutivo – dopo il risibile e bruttissimo King Arthur di Guy Ritchie – oggi protagonista di un film debolmente drammatico, esasperantemente lungo e, […]

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