“Killer Joe”, un genio, due compari e un pollo fritto (anzi Fried-kin)

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Killer Joe (id, 2011, Usa) di William Friedkin con Matthew McConaughey, Emile Hirsch, Juno Temple, Thomas Haden Church, Gina Gershon.

Sceneggiatura di Tracy Letts e William Friedkin, tratto dall’omonima pièce teatrale di Tracy Letts.

Noir, 1h 45’, Bolero Film. In uscita l’11 ottobre 2012.

Voto: 8½ su 10

Ritratto di famiglia in un tugurio. Squallore, degrado e amoralità regnano sovrane nell’ultimo lavoro di William Friedkin (L’esorcista, Il braccio violento della legge, Vivere e morire a Los Angeles), tratto da una pièce teatrale di Tracy Letts, come il precedente e sfortunato Bug.

Alla maniera di una classica tragedia dell’avidità umana, il focolare domestico qui è un covo di sanguisughe assetate di denaro, disposte a tutto pur di raggiungere un sogno di fatuo benessere; non un nido caldo e accogliente ma un rovo di sterpi taglienti nel quale si aggira, mellifluo, un cobra perverso e pericolosissimo.

Non c’è pace per il povero Chris (Emile Hirsch), delinquentello seriale che, per coprire un grosso debito con la mala, decide insieme al padre Ansel (Thomas Haden Church) di assoldare il killer professionista Joe (Matthew McConaughey) per fargli uccidere la madre, così da intascare l’assicurazione sulla vita; la caparra per il lavoro è rappresentata dalla sorella vergine Dottie (Juno Temple), mentre terzo incomodo nel fattaccio è Sharla (Gina Gershon), nuova compagna di Ansel e poco incline all’accordo.

Nel noir secondo Friedkin ogni regola canonica è bandita, la famiglia americana non è più lo specchio di ogni virtù ma riproduzione della più totale disfunzionalità. Abbandonato ogni freno sin dalle prime sequenze, Killer Joe ipnotizza grazie a una genialoide fusione tra generi che spazia dal heist movie fino alla black comedy, fino a congedare un finale in cui viene abbondantemente superato il limite della credibilità in onore di un pastiche surrealista, grondante sesso e violenza, degno della migliore avanguardia.

In un gruppo di personaggi borderline, interpretati da un quintetto di attori straordinari, si erge prepotentemente la figura serafica e sensuale di Joe (un McConaughey monumentale), poliziotto di giorno e killer nelle restanti ore, chiamato ad animare la sarabanda di atroci congiure fratricide: l’amore (?) per Dottie non gli impedirà di godere a pieno per una fellatio praticata a una coscia di pollo fritto da Sharla, in una scena immediatamente cult.

Questa è vera pulp fiction, questa è autentica sovversione da uno dei più grandi autori americani contemporanei che, alla soglia degli ottanta, non ha paura di confezionare un film unto e bisunto di grasso da leccarsi le dita. Dopotutto, si chiama o no Fried-kin?

Giuseppe D’Errico

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