“Jukai – La foresta dei suicidi”, un film di Jason Zada, la recensione

The Forest

Jukai – La foresta dei suicidi (The Forest, Usa, 2016) di Jason Zada con Natalie Dormer, Taylor Kinney, Eoin Macken, Stephanie Vogt, Yukiyoshi Ozawa

Sceneggiatura di Nick Antosca, Sarah Cornwell, Ben Ketai

Horror, 1h 33′, Midnight Factory/Koch Media, in uscita il 28 settembre 2017

Voto: 3 su 10

Ai piedi del Monte Fuji, in Giappone, c’è una foresta che si estende per oltre 3000 ettari, composta da una vegetazione fittissima di alberi e arbusti che, con la loro altezza, frenano il corso dei venti e attutiscono i rumori esterni: è Aokigahara, conosciuta anche con il termine giapponese Jukai (letteralmente, mare di alberi), un luogo tristemente noto per essere l’ultima meta scelta dai suicidi, che qui arrivano da ogni parte del mondo per porre fine alla loro vita. Già il regista Gus Van Sant se ne era servito, nel 2015, per ambientarvi il suo melodramma new age The See of Trees (in italia La foresta dei sogni), ma l’occasione per sfruttarla come location “di paura” era troppo ghiotta per poter sfuggire a una mente più furba. Ed ecco che, meno di un anno dopo, è uscito questo The Forest dell’esordiente Jason Zada, che arriva nelle nostre sale solo ora, con il titolo Jukai – La foresta dei suicidi, grazie alla ricerca certosina che fa del genere l’accorta distribuzione Midnight Factory.

53096C’è da dire che l’opportunità non è stata sfruttata al meglio: la trama segue le sorti ingrate di una ragazza americana (Dormer), giunta nella selva oscura per recuperare la sorella gemella (sempre Dormer), pecora nera della famiglia, data per morta. Le si mette alle calcagna un bisteccone (Kinney) incontrato in un bar, che vorrebbe aiutarla. Ma la foresta, che si nutre della paura e della tristezza di chi la attraversa, ci mette poco a rivelarsi in tutto il suo orrore.

Tra bambini che spalancano all’improvviso le nere fauci, giapponesini appostati nel buio, cadaveri che strisciano scattosi e mascheroni clowneschi in attesa di ringhiare in qualche anfratto sperduto, il film onora tutti i più vieti stereotipi degli horror nipponici atti a provocare blandi spaventi allo spettatore e mai vera tensione, fallendo completamente il tentativo di trasformare la foresta nella vera protagonista della storia. Il trauma della doppia Dormer, infatti, non ha nulla a che vedere con quel luogo di morte e disperazione, che serve solo a dare quel po’ di atmosfera e suggestioni utili alle miserie di un horror pre-adolescenziale dal taglio decisamente inflazionato. E la bionda Natalie di Game of Thrones non ha un briciolo di carisma. Quella che si dice un’occasione sprecata.

Giuseppe D’Errico

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