“Joe”, dramma empatico ma prolisso con un Cage inaspettato

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Joe (id, Usa, 2013) di David Gordon Green, con Nicolas Cage, Tye Sheridan, Sue Rock, Gary Poulter, Ronnie Gene Blevins, Heather Kafka, Anna Niemtschk, Brenda Isaacs Booth

Sceneggiatura di Gary Hawkins, dal romanzo omonimo di Larry Brown

Drammatico, 1h 57′, Movies Inspired, in uscita il 9 ottobre 2014

Voto: 6 su 10

Il cinema di David Gordon Green è ben più banale e pleonastico di quanto non vorrebbe dare a vedere. Ne abbiamo avuto la prova definitiva quest’anno a Venezia, dove è stato proposto in concorso la sua ultima fatica, il terribile Manglehorn, interpretato da un lamentoso Al Pacino. L’anno prima, sempre il festival lagunare ospitò nella competizione principale questo Joe, drammone della profonda periferia americana che ha avuto almeno il merito di presentarci il miglior Nicolas Cage dai tempi de Il ladro di orchidee.

joe-poster-nicolas-cage-david-gordon-green__140410220446-275x407L’attore interpreta un ex detenuto di nome Joe, dal quotidiano abitudinario, un passato violento e una propensione a infilarsi in guai più grandi di lui. Uno di questi si chiama Gary (un bravissimo Tye Sheridan), un quindicenne vessato da un padre alcolizzato e brutale, che si offre di aiutarlo nel lavoro in cambio di pochi dollari. Joe si prende a cuore le sorti del ragazzino e farà di tutto per proteggerlo da un destino che sembra segnato. Nel ruolo del looser in cerca di redenzione, Cage dimostra una convinzione abbandonata da tempo, e si concede anche una stoccata autoironica sulla sua proverbiale inespressività.

Peccato che questa storia di padri e figli in un Texas di desolante aridità umana sia priva del pathos necessario a sollevarla dalle secche di schemi già visti. Il regista sa presentarci i personaggi ma non riesce altrettanto bene ad equilibrare i toni del racconto, abbandonati in una sceneggiatura frammentaria e prolissa. Oltre i difetti, rimane un film onesto e tradizionale come il buon cinema medio americano sa confezionare (anche se qui siamo nei territori dei filmmaker indipendenti), uno di quei casi in cui si vuole arrivare fino alla fine per dare una conclusione al cammino avviato da personaggi verso cui si nutre una naturale empatia.

Giuseppe D’Errico 

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