“JAZZiN’ LINEA”, intervista a Susanna Stivali e Luca Mannutza

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Eccoci al focus sulla prima edizione di “JAZZiN’ LINEA”, rassegna di musica curata da Susanna Stivali e realizzata nello spazio del ristorante LINEA situato all’interno del complesso del Museo di Arte Contemporanea MAXXI di Roma.
Abbiamo assistito al bellissimo concerto del 4tet capitanato da Luca Mannutza e dedicato al genio di Wayne Shorter, progetto intitolato “Uneven Shorter” che vede insieme al pianista anche Lorenzo Tucci alla batteria, Daniele Sorrentino al contrabbasso e Paolo Recchia al sax contralto.

Una gentile Susanna Stivali ci accoglie al termine del concerto, così le rivolgiamo qualche domanda sulla rassegna.

Susanna, tu sei la direttrice artistica di JAZZIN’ LINEA. Perché nasce questa rassegna e quali esigenze si prefigge di soddisfare?

“L’esigenza era quella di avere un altro spazio a Roma in cui proporre concerti Jazz di un certo livello. È un momento particolare questo che viviamo a Roma in cui diversi Jazz Club storici hanno cessato l’attività e quindi era richiesta una presenza ulteriore nello spazio romano per fruire di queste proposte di alto livello culturale e musicale. L’esigenza era, dunque, quella di ascoltare musica, portare la gente in uno spazio importante come il MAXXI di cui LINEA fa parte, quindi in un certo senso il jazz che si coniuga con l’espressione artistica propria del museo d’arte contemporanea. In aggiunta alla proposta culturale di LINEA, in cui potete già degustare ottimo cibo, assistere alla presentazione di libri, eventi, convegni e conferenze, abbiamo portato la musica, i concerti al servizio dei frequentatori del luogo e quindi abbiamo arricchito in un certo senso l’esperienza culturale e artistica di chi abitualmente vive questo spazio. E ancora la scelta che ho intrapreso è stata quella di proporre musica che non si sente abitualmente, o comunque di dare voce a progetti molto nuovi, talmente nuovi che ancora non sono un disco, ma che presto lo diventeranno come il progetto di Luca Mannutza. Avremo inoltre la presentazione del nuovo disco di Javier Girotto insieme a Natalio Mangalavite che saranno nostri ospiti prossimamente, la presentazione dell’ultimo disco di Carla Marcotulli ed altre cose belle.”

Quindi una linea da tracciare e, per così dire, che si sposa con la linea dell’arte contemporanea propria del MAXXI, è così?

“Sì esatto. Mi piace questo concetto di linea che deve proseguire, perché io credo che non ci sia differenza tra andare a sentire un concerto, andare a vedere una mostra o visitare un museo piuttosto che recarsi a teatro, a mangiare, chiacchierare e quindi mi piacerebbe che l’intrattenimento fosse svincolato da un concetto ingessato di friuzione intellettuale e chiusa della forma d’arte.”

Quindi è anche un tentativo nuovo di vivere un concerto jazz al di fuori di certi luoghi deputati solamente alla musica quali, la Casa del Jazz o all’ Auditorium PDM sempre qui a Roma?

“Ci piace l’idea del confrontarsi degli artisti con gli ascoltatori in funzione di quello che hanno ascoltato, hanno capito, gustato e fatto proprio. Quindi la chiave aggregativa è fondamentale nella nostra rassegna.”

Stasera abbiamo ascoltato un omaggio alla musica di Wayne Shorter da parte di Luca Mannutza, bravissimo pianista italiano che ha rielaborato in chiave originalissima l’opera di Shorter. Cosa pensi di questo progetto?

“Ed è quello che dicevamo: Wayne Shorter è un musicista straordinario e anche complesso, non sicuramente semplice sia all’ascolto che alla comprensione, un musicista che alza continuamente il livello della sua musica e della sua ricerca. Ed è molto originale lo studio che Luca ha fatto andando ad arrangiare e inventare una forma nuova della ritmica dei pezzi lasciando intatti melodia ed armonia. Noi pensiamo che la complessità non debba per forza essere complicazione, ma soprattutto riteniamo che la complessità sia anche attraente e che il modo in cui si raccontano le cose faccia la differenza. Quindi anche il rapporto che si instaura tra chi suona e il pubblico, che quando viene stimolato in maniera adeguata reagisce di conseguenza e scatena la sua curiosità. È da questo circolo virtuoso di proposta e risposta che si può apprezzare pienamente un lavoro. Un opposto atteggiamento nel passato ha creato una frattura tra il pubblico e questa musica.
C’è un po’ questa paura da parte dell’ascoltatore di avvicinarsi al jazz, perché è complesso e quindi vi è la ritrosia a frequentare concerti e luoghi dove questo genere vive, privandolo di una esperienza musicale coinvolgente.”

Susanna, dandoci appuntamento alle prossime serate della rassegna, ci puoi fare qualche nome di chi salirà su questo palco per proporre musica e idee?

“Dunque, come dicevo, avremo Javier Girotto e Natalio Mangalavite che presenteranno il loro nuovo CD. La prossima settimana, invece. avremo il piacere di ascoltare un nuovissimo e particolare progetto di Marcello Allulli insieme a Enrico Zanisi e a Fabrizio Sferra. Inoltre, il 20 aprile avremo Carla Marcotulli che porta il suo nuovo lavoro edito dalla Parco della Mudica Records. Avremo anche Stefania Tallini con il suo disco di musica brasiliana che e mi sono riservata uno spazietto, un mio disco uscito per Jazzit, dedicato ancora a Shorter di cui sono una grande appassionata e che vede appunto Il riarrangiamento della sua musica con l’inserimento di testi miei. A maggio stiamo chiudendo altre date che comunicheremo a breve e poi l’estate vedremo cosa ci proporrà e magari, se avremo un riscontro al positivo di questa rassegna come fino adesso è stato, torneremo in autunno per una nuova serie di concerti.”

Grazie Susanna, in bocca al lupo per tutto.

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Eccoci ora con Luca Mannutza protagonista del concerto appena terminato e a cui vogliamo rivolgere un paio di domande, a partire dal chiederti perché hai deciso di “sfidare” Wayne Shorter su un piano ritmico avendo lasciato intatte melodia e armonia dei brani?

“Beh intanto quando ti confronti con un musicista di questo livello sai già che parti da qualcosa che è assimilabile al capolavoro. Nello specifico, la magia della musica di Wayne Shorter è data proprio da l’aspetto melodico dei temi e della successione degli accordi, quindi l’armonia e la parte ritmica sono sempre molto semplici, si tratta di pezzi in 4/4 molto spesso o in 3/4 e così la parte ritmica lascia un grosso spazio all’immaginazione e alla sperimentazione.
Da un po’ di tempo, c’è la tendenza di rielaborare la musica soprattutto da un punto di vista ritmico perché è uno spazio che si è indagato meno rispetto a quello armonico e melodico. Quindi questo utilizzo dei tempi dispari che non appartengono tanto alla nostra cultura, in quanto provengono più da una cultura afroamericana e anche orientale.”

Quindi Luca possiamo dire che il fattore ritmico nella musica è stata probabilmente la grande novità per la musica del ‘900?

“Assolutamente sì. La ritmica è stato l’ambito meno indagato ed anche quello che nasconde più possibili strade. C’è il fattore improvvisazione sui tempi dispari che è un percorso, per così dire, ad ostacoli. Non è affatto semplice lavorare su due tempi dispari dentro uno stesso brano che si incastrano poi si dividono per poi riprendersi. E non è affatto semplice perché già è complesso farlo con un tempo solo, figurarsi su due che poi devono sovrapporsi. Questa è una tendenza che viene battuta ad esempio a New York, ma non è così comune suonare in questo modo la ritmica di un brano e lo dico con un pizzico di orgoglio. Sono felice di aver realizzato un lavoro dal sapore internazionale ed anche avanguardistico che presto sarà registrato come disco.”

Quindi mi confermi che presto sarà registrato un album di questo progetto “Uneven Shorter”?

“Sì, te lo confermo. Verrà registrato un album con questi stessi musicisti, quindi Paolo Recchia al sassofono, Lorenzo Tucci ala batteria e Daniele Sorrentino al contrabbasso; aggiungeremo dei brani tra cui la celeberrima “Footprints” che è un po’ il manifesto della musica di Wayne Shorter. E riteniamo importante anche girare un video perché crediamo che oggi l’immagine sia non meno importante della musica e quindi vogliamo documentare attraverso l’immagine quello che è stato lo spirito che ha incarnato questo lavoro.”

Seguiremo gli altri appuntamenti e vi racconteremo ancora di JAZZ.

Vincenzo La Gioia

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