“Janis”, ritratto di un’icona troppo sensibile per vivere

Janis-Joplin

Janis (Janis: Little Girl Blue, Usa, 2015) di Amy Berg

Sceneggiatura di Amy Berg

Documentario, 1h 48′, I Wonder Pictures – Unipol Biografilm Collection, in uscita l’8 ottobre 2015

Voto: 7 su 10

Proprio oggi cade il quarantacinquesimo anniversario dalla sua morte, avvenuta per overdose in un motel di Los Angeles. Venne ritrovata diciotto ore dopo il decesso. Era sola. Il fondamentale album album Pearl (quello con Me & Bobby McGee e Cry Baby) uscirà postumo. Janis Joplin è stata la voce femminile più grande nella storia della musica rock, nonostante la sua breve ma intensa esistenza durata soli 27 anni. Il carattere esuberante e il look estroso, ma soprattutto una voce come nessuna mai, capace di scavare nell’animo e trovarvi riparo, l’hanno resa un’icona incontrastata e indimenticabile.

Janis-poster-itaA lei, la documentarista Amy Berg, già autrice candidata all’Oscar per l’inquietante Deliver Us from Evil, dedica un affettuoso e toccante omaggio nel doc Janis, che, come il titolo confidenziale lascia intendere, si ripromette di presentare la donna dietro al mito. Frutto di una lavorazione durata oltre otto anni, questo cine-ritratto di artista maledetta ha potuto contare sulle interviste ai famigliari della Joplin, oltre che ad amici, amanti e ai componenti della band Big Brothers and the Holding Company, con cui la cantante condivise i primi grandi successi. Ma il materiale d’archivio non è meno prezioso: ritagli e vecchie foto si alternano a stralci spesso inediti di Janis all’opera (tra cui la partecipazione al festival di Monterey del ’67 e la registrazione di Summertime), inframezzate dai testi delle lettere che lei stessa scriveva ai genitori, che vissero le scelte della figlia sempre con grande imbarazzo.

Se l’operazione si rivela tutto sommato canonica e corretta, a fare la differenza è la sensibilità con cui Berg cerca di portare in risalto la sconfinata sensibilità umana di una personalità bigger than life come quella della Joplin, schiava di insicurezze croniche e alla costante ricerca di approvazione. Minata nell’infanzia da una fisicità sgraziata e, per questo, vittima di ogni genere di umiliazione dai suoi coetanei (che la dichiararono “uomo più brutto del liceo”: quanto sanno essere crudeli gli adolescenti!), tuffò nella musica tutte le sue frustrazioni, nell’alcol le sue paure e nelle droghe la sua vita.

Non sbaglia chi dice che c’è un prezzo da pagare per emotività così accentuate. Il rock ne ha guadagnato una vocalist struggente e inarrivabile, ma l’ha persa anche troppo presto. Povera piccola ragazzina triste.

Giuseppe D’Errico

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