“Io, Daniel Blake”, un film di Ken Loach, la recensione

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Io, Daniel Blake (I, Daniel Blake, GB/Belgio/Francia, 2016) di Ken Loach con Dave Johns, Hayley Squires, Dylan McKiernan, Brianna Shann, Kate Rutter

Sceneggiatura di Paul Laverty

Drammatico, 1h 40, Cinema di Valerio De Paolis, in uscita il 21 ottobre 2016

Voto: 8 su 10

È un Ken Loach appassionato e purissimo quello di Io, Daniel Blake, vincitore della Palma d’Oro all’ultimo festival di Cannes. Questa volta non ci sono lotta di classe, capitalismo, lavoratori oppressi, rivolte operaie o pagine dimenticate della Storia, ma la vicenda sempre più comune di un uomo che si trova a dover lottare per conservare una propria dignità agli occhi dello Stato.

locandinaIl Daniel Blake del titolo (Johns) è un falegname cinquantanovenne di Newcastle, vedovo e reduce da un grave infarto che ne ha pregiudicato il lavoro. Per la prima volta nella sua vita ha bisogno dell’aiuto dello Stato per un sussidio economico: non immagina di doversi scontrare con un sistema burocratico fatto di formulari da compilare on line, di corsi da seguire e ricorsi da presentare, di infinite attese telefoniche con centralini preregistrati. Tutto perché il Welfare contemporaneo britannico vuole la popolazione nettamente divisa tra chi lavora duro e chi sfrutta i sussidi statali pur di non lavorare. Nella sua triste odissea quotidiana, Daniel incontra Katie (Squires), madre single di due bambini, che per sfuggire da una vita in una camera d’ostello londinese, accetta di trasferirsi in una città che non conosce e dove è sola. Tra i due nasce un’umana solidarietà.

A chi lo accusa di essere schematico e di non rinnovare mai il suo stile registico, Loach risponde con un film di grande presa emotiva, dalla denuncia diretta, autentica e toccante. I toni asciutti, la recitazione misurata e l’ironia dissacrante che contamina il dramma fanno sì da non far precipitare la narrazione in un facile sentimentalismo. Un opera che si farà ricordare, al pari dei grandi film polemici che “Ken il rosso” consegno alla storia del cinema tra gli anni Ottanta e Novanta, e con un senso del racconto magistrale (la sceneggiatura è sempre del sodale Paul Laverty) che manca in registi impegnati ma malamente scostanti e tediosi come i fratelli Dardenne (decisamente poco riuscito il loro ultimo La ragazza senza nome) o Brizé (l’altrettanto dimenticabile La legge del mercato).

Giuseppe D’Errico

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