Intervista a Gianluca Petrella

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Pochi giorni fa girava una fotografia su Facebook. Un’immagine che ritraeva quattro giovani musicisti, allora molto giovani, messa in rete dalla Auand Records, la mamma delle etichette discografiche pugliesi di jazz. Gianluca Petrella, Javier Girotto, Paul Rogers, Francesco Stogiu: fotografia promozionale del debutto discografico del trombonista barese, “X – Ray”. A 11 anni dall’uscita dell’album, la Auand, che nel 2001 lo produsse, ha deciso di festeggiarlo così, condividendone il ricordo, il sorriso e le speranze.


A distanza di oltre un decennio, quindi, andiamo a chiedere proprio a Gianluca Petrella cosa è cambiato da quel mese di ottobre del 2001.
“X – Ray ha sancito l’inizio di tutto il percorso intrapreso. Il percorso che che continua a svilupparsi anche adesso. Mi ha aiutato a entrare nell’ottica di sviluppare la mia musica anche in altre dimensioni, a lavorare negli studi per assemblare un lavoro, che nel tempo si è trasformato in maggiore esperienza e maggiore qualità.
Credo che la crescita uomo-musicista sia avvenuta in maniera parallela, da allora, contribuendo a farmi raggiungere degli ottimi risultati dal punto di vista artistico (“Il suo spessore è decuplicato – interviene il suo manager, Vittorio Albani – X – Ray era uno straordinario disco di pelle, mentre adesso ha una straordinaria poliedricità musicale. È cresciuto in maniera esponenziale a livello tecnico e mentale, quindi artisticamente in maniera totale”).
Mi ricordo l’inesperienza e la mancanza di preparazione di fronte ai vari strumenti negli studi di registrazione. Mentre adesso, grazie anche all’esperienza di questi anni, faccio i vari progetti da solo. Ovviamente ho sempre bisogno di un fonico, ma l’approccio, anche a livello pratico, oltre che conoscitivo, è cambiato totalmente. Molti registrano e basta, dimenticandosi tutta la fase di post produzione, mentre a me piace molto lavorare con il suono a 360° (ndc. Da buon “operaio della musica”, come Petrella ama definirsi)”.

Cos’è cambiato invece a livello di sensazioni, fisiche e emotive, nel tuo approccio alla?
“La gioia nella scoperta di qualcosa di nuovo, che magari molti anni fa non ero in grado di tirar fuori con consapevolezza. Ogni piccolo step racchiude in sé qualcosa di particolare a livello emotivo, che mi da la dimostrazione che qualcosa di prezioso gira intorno a me”.

Tra tutte le formazioni con cui suoni, quali sono quelle che ti danno, ad oggi, maggiore entusiasmo?
“Beh, con le mie band, anche se non lavorano sempre e in maniera continuativa e, senza dubbio, nel lavoro costante che si sta sviluppando con Enrico Rava, con il quale abbiamo la possibilità di suonare moltissimo. È un grosso stimolo per me, sia per il livello dei musicisti coinvolti, sia perché è raro che un artista che ha raggiunto un livello così alto, come Enrico, continui a essere una fucina di idee, energie e forti e nuove motivazioni”.

Sei quindi un trait d’union tra l’esperienza e la continua freschezza mentale di un maestro come Rava e i vari giovani musicisti con cui collabori continuamente. Come riesci a trasmettere questo filo rosso proprio ai tuoi colleghi emergenti?
“Ci sono tanti modi per trasmetterlo, anche se non me ne rendo conto. Prima di tutto parto da un approccio completamente libero e fresco a questo lavoro. Forse sta qui il segreto: completa libertà creativa e dalla dimensione di massa alla gestione stessa della musica.
È necessario mettere tutto a disposizione della musica stessa, perché viene prima di ogni cosa e ha bisogno di attenzioni continue e di premure. Quasi più di una donna. Da qui dobbiamo partire. Ovviamente, è necessario che dall’altra parte ci sia qualcuno predisposto a recepire e assorbire ogni cosa, in grado, poi, di rielaborarlo in maniera creativa e di restituirlo al pubblico con gli stessi sentimenti”.

Giulia Focardi

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