“In Trance”, il ritorno di Danny Boyle con un thriller della mente

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In Trance (Trance, GB, 2013) di Danny Boyle, con James McAvoy, Rosario Dawson, Vincent Cassel, Danny Sapani, Matt Cross, Tuppence Middleton

Sceneggiatura di Joe Ahearne, John Hodge

Thriller, 1h 41’, 20th Century Fox Italia, in uscita il 29 agosto 2013

Voto: 5½ su 10

Contestualmente ai periodi e alle mode cinematografiche, potremmo dire che Danny Boyle è un regista che le cavalca perennemente in ritardo, pur risultando sempre al passo coi tempi. Capitò già con Sunshine, sci-fi pseudo apocalittico con digressioni filosofiche, poi con il sopravvalutato The Millionaire, dove ad essere saccheggiata era la favola bollywoodiana, quindi con l’avventuroso 127 ore, esperimento mica tanto originale con un attore in una location che delira in solitaria. La riflessione si fa palese con quest’ultimo In Trance (delicatissima la particella aggiunta al titolo originale per l’Italia, ad evitare spiacevoli equivoci di genere, in ogni senso), thriller psicologico che strizza l’occhio a Nolan e De Palma, ma che si perde in un gratuito gioco cerebrale.

in-trance-la-locandina-italiana-282457Simon (James McAvoy), durante il furto di una preziosissima tela di Goya, Le streghe in volo, decide di ribaltare i piani stabiliti con la banda del boss criminale Franck (Cassel) e di tenere per sé la refurtiva. Scoperto, batte la testa e perde la memoria. O almeno è quello che racconta ai suoi complici, che invece sospettano il doppio gioco. Per scoprire la verità, e ritrovare il quadro, Simon si sottopone a una serie di sedute di ipnosi dalla dottoressa Elizabeth che, fiutato l’arcano, decide di entrare a far parte del colpo…

Sfoggio di virtuosismi tecnici ed estetici come da consuetudine, per un regista che ha spesso messo da parte la sostanza in luogo della forma più sfrenata, In Trance esaurisce i suoi motivi di interesse quando comincia a confondere lo spettatore cambiandogli le carte in tavola ogni due minuti. Se già il casus belli non è dei più solidi, le modalità adottate per venirne a capo sono inverosimili, a tratti ridicole e con forti picchiate nel trash involontario.

Quando ormai la situazione è fuori controllo, lo script tenta vane digressioni sentimentali, plagiando senza ritegno Eternal Sunshine of the Spotless Mind di Gondry, nella speranza di rendere più profondo un finale, in realtà, ampiamente abusato.

Riesce molto meglio l’intento di fare del film una sorta di incubo labirintico, come certi brutti sogni in balia di fila logiche che vanno avanti e indietro nel tempo, tra suggestioni erotiche e improvvise scariche di adrenalina, troppo poco, comunque, per farne un opera di autentico valore.

Giuseppe D’Errico

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