“Il traduttore”, finto pseudo dramma che non regge e non si regge

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Il traduttore (Polonia/Italia, 2016) di Massimo Natale con Claudia Gerini, Kamil Kula, Silvia Delfino, Piotr Rogucki, Anna Safroncik, Marcello Mazzarella, Eva Grimaldi

Sceneggiatura di Marie Giaramidaro, Nikolaus Mutschlechner, Elisabetta Lodoli, Leonardo Fasoli, Marta Dudkiewocz

Drammatico, 1h 30′, Europictures, in uscita il 26 maggio 2016

Voto: 2 su 10

Questo è un film che non fa bene a nessuno. Non è edificante per la categoria delle forze dell’ordine, per quella degli stranieri arrivati in Italia in cerca di un futuro diverso e per le donne e la loro difficoltà nel trovare il giusto equilibrio tra emancipazione e senso di correttezza. Un’operazione puramente commerciale quella dello pseudo dramma Il traduttore, pellicola immessa nel circuito cinematografico d’inizio estate per attirare un pubblico prevalentemente femminile, la cui capacità di scelta è stata ormai fatalmente forgiata dalle soap di matrice iberica, che hanno irrimediabilmente colonizzato i nostri palinsesti televisivi.

Poster_IlTraduttore_Film_ClaudiaGeriniPerché è ad un prodotto di tal fatta che si ha la sensazione di assistere, ossequiosamente girato al servizio dell’attrice protagonista Claudia Gerini che, tuttavia, nel look da “signora bene” e nella legnosità delle posture, richiama alla memoria le (al confronto) eroine dei fotoromanzi Lancio. La sua Anna è sempre molto preoccupata che non le si scomponga troppo l’elaborata chioma, finanche quando si dispera e scalpita per la dipartita improvvisa del consorte. Del quale, però, non doveva poi fidarsi granché e a furia di rovistare tra i suoi oggetti personali, scova finalmente un indizio: il diario che il marito scriveva da anni rigorosamente in tedesco, sua lingua madre. A tradurlo ci penserà Andrei (Kamil Kula), volenteroso studente universitario arrivato dalla Romania con una borsa di studio, vinta grazie alle sue competenze linguistiche. I quotidiani incontri tra i due porteranno alla scoperta del perpetrato tradimento da parte del defunto ai danni della donna, venuto alla luce pagina dopo pagina, e all’esplosione passionale con cui il giovane consolerà la vedova, nella speranza che possa traghettarlo in quella società sfavillante a cui tanto anela e alla quale lei appartiene.

Nel mentre, gravitano intorno alla vicenda alcuni personaggi del tutto irrilevanti, inseriti come superflue didascalie atte a veicolare inutili messaggi estranei al contesto. In particolare stona la figura dell’Ispettore Rizzo (una Anna Safroncik totalmente fuori parte, vittima, per altro, dell’ingenuo tentativo di renderla più trucida e dura attraverso una cicatrice posticcia sul volto) che, di stanza presso la Questura dove Andrei lavora come interprete, costringe implicitamente quest’ultimo a far incriminare un connazionale innocente, pur di soddisfare la propria sete di ambizione e potere.

Lascia inevitabilmente a mente asciutta la sceneggiatura, dalla prevedibilità sconfortante, scritta da Marie Giaramidaro e Nikolaus Mutschlechner che, aggirandosi negli scantinati del pensiero, non hanno trovato sufficienti elementi che fornissero un minimo di spessore alle varie personalità della storia. Prediligendo l’aspetto ardente della relazione tra la matura e cinica Anna e il servizievole ragazzo, gli autori consentono alla Gerini (nel caso non fosse stato sufficientemente chiaro in Tulpa – Perdizioni mortali, diretto dal compagno Federico Zampaglione) di mostrare cosa volesse precisamente intendere quando proponeva a Ivano–Verdone, in Viaggi di nozze, di farlo strano. Un segreto che non sarebbe dispiaciuto se fosse rimasto tale.

Complice di questo feuilleton straripante di luoghi comuni il regista Massimo Natale, che si rivela piuttosto incauto in questo suo secondo lungometraggio quando, con la sua ricerca affannosa di quel colpo da maestro che stupisca, muove la macchina da presa in pieno stato confusionale, con un effetto spirale che lascia storditi. Il traduttore non regge e non si regge: finto, ammiccante e urticante.

Lidia Cascavilla

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