“Il topo nel cortile” e il desiderio di uno spettatore

IL TOPO NEL CORTILE - Foto di scena  2

IL TOPO NEL CORTILE
scritto e diretto da Daniele Falleri
con Elena Russo, Emanuele Salce, Laura Adriani e Andrea Standardi
Costumi Alexandra Toesca
Musiche Marco Schiavoni
Aiuto Regia Antonella Ricchiuti
Organizzazione Fabrizio Perrone Its Italia Spettacoli
In scena al Teatro Belli di Roma fino al 30 marzo

Voto Ozza: 3 su 10
Voto D’Errico: 3 su 10

PRIMA RECENSIONE A CURA DI ANDREA OZZA:

Chi paga un biglietto in un teatro professionale e rinomato, spera di poter vedere in scena artisti di un certo calibro e con una solida preparazione. Desidera, inoltre, poter udire il dramma nella sua interezza: ciò implica che l’attore, in scena, dovrebbe fare uso di quegli strumenti tecnici indispensabili per portare la voce e per restituire il personaggio al suo pubblico. Quali sono questi strumenti?

Avere una chiara e limpida dizione, intesa non tanto come capacità di pronunciare con i giusti accenti i singoli vocaboli, quanto come corretta masticazione di ciascun fonema (ci si potrebbe accontentare solo di questo).
Timbrare: usare il diaframma per sostenere il parlato e renderlo intelligibile a una platea (e non parlare come se si stesse conversando fra amici in privato).
Battere le finali: ovvero riuscire a pronunciare con la stessa intensità anche l’ultimissima parola di una frase, che spesso viene messa in pericolo dall’ammanco di fiato (a teatro il pubblico non può interrompere l’interprete e chiedergli: “Come, scusa? Non ho sentito”).
Saper prendere i fiati, ovvero dosare l’aria nei polmoni per evitare di strozzarsi in gola una frase troppo lunga.
– Saper controllare il proprio corpo, ovvero saper stare in scena: ogni passo, ogni micromovimento deve avere un suo perché ed essere dettato dal personaggio che si interpreta (e quindi non  deve essere sporcato e condizionato da nervosismo, ansia e incertezza dell’attore).
Saper analizzare il testo, comprenderlo fino in fondo, valorizzandone ogni singola parola e scegliendone, dietro di essa, le migliaia di sfumature di significato che potrebbe evocare (qualcuno la definì parola-valigia…)

Indipendentemente se lo spettatore è un tecnico, un addetto ai lavori o un profano, ha bisogno come il pane di questo abc, senza il quale il Teatro proprio non si può fare. Se poi si vuole fare una recitina per un gruppo di amici a casa propria, questo è un altro discorso.

Si comportano bene Emanuele Salce, Laura Adriani e Andrea Standardi: devono adeguarsi alla situazione, altrimenti, per paradosso, sembrerebbero (proprio loro) campane stonate. Fa parte della professionalità il sapersi “integrare”, quindi apprezziamo. Concludiamo dicendo che è vero, il Teatro è un gioco: ma chi lo sa fare sa che è un gioco molto serio, non lo si fa tanto per fare…

Andrea Ozza

SECONDA RECENSIONE A CURA DI GIUSEPPE D’ERRICO.

il_topo_nel_cortile_locandinaEsiste un modo di dire che si usa per tacere di un episodio o una verità dolorosa o semplicemente spiacevole, sulle quali si preferisce non ritornare per evitare contrasti, dissapori o discussioni: è il “velo pietoso”, che ben potrebbe essere steso su questa messa in scena firmata da Daniele Falleri. Ma l’ipocrisia non può essere di casa, e il famoso aforisma che predica di non dire nulla quando si è impossibilitati a parlare bene di qualcuno o qualcosa, qui non trova ospitalità.

Avremmo davvero voluto parlare bene de Il topo nel cortile, per tutta una serie di motivi: perché il testo portava con sé una lunga scia di premi e apprezzamenti, perché si ha sempre più fame di una nuova drammaturgia, perché Falleri ha altrove dimostrato di essere un autore capace. Spiace sinceramente, quindi, che sia rimasto immischiato in un’operazione simile.

L’incredulità verso ciò che è successo sul palcoscenico ci costringe a riservare il beneficio del dubbio su una commedia grottesca in odor d’incesto che ci è parsa vecchia e stracca in modo spaventoso, oltretutto oppressa da una pedanteria generale che invade dialoghi e arredi scenici (ovviamente di un mortale rosso del peccato). Ma è giusto che una rappresentazione teatrale, con testo annesso, venga così messa a rischio dalla recitazione di un’attrice completamente inadeguata al ruolo affidatole come Elena Russo, che non solo costringe a un riadattamento dello stesso, ma anche alla mortificazione degli altri interpreti che con lei sono costretti a dividere la scena?

L’imbarazzo di Emanuele Salce, per altro estremamente attento a modulare il carattere infantile di un padre orco, non dovrebbe avere ragione di esistere, eppure nelle scene a due si coglie un evidente disagio. I demeriti di Elena Russo diventano i demeriti dell’intero allestimento, con l’aggravante della ruffianeria del vezzo napoletaneggiante che rischia di essere confuso per simpatico studio del personaggio. A completare il sentimento di irritazione ci ha pensato la sera della prima, con un pubblico zeppo di amicizie pronte a battere le mani e a ridere anche quando l’unica cosa saggia da fare era lasciare la recita al gelo che meritava.

Giuseppe D’Errico

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