“Il quinto potere”, spreco di potenziale per un film piatto e ipocrita

Fifth-Estate

Il quinto potere (The Fifth Estate, Usa, 2013) di Bill Condon, con Benedict Cumberbatch, Daniel Brühl, Laura Linney, Stanley Tucci, David Thewlis, Anthony Mackie, Alicia Vikander, Carice van Houten, Moritz Bleibtreu

Sceneggiatura di Josh Singer, da “Inside WikiLeaks: My Time with Julian Assange at the World’s Most Dangerous Website” di Daniel Domscheit-Berg e “WikiLeaks: Inside Julian Assange’s War on Secrecy” di David Leigh e Luke Harding

Biografico, 2h 09’, 01 Distribution, in uscita il 24 ottobre 2013

Voto: 4 su 10

Film come questo rappresentano uno spreco sotto più punti di vista. Che il cinema sia a corto di idee è tristemente sotto l’occhio di tutti, e meno male che la realtà interviene sovente a metterci una pezza. Per l’appunto, lo scandalo della piattaforma on line WikiLeaks, che nel 2010 rivelò informazioni segretissime del governo americano e non solo, poteva essere un’occasione ghiotta per un robusto film di denuncia sull’uso e l’abuso del citizen journalism. Nulla di più lontano dal film di Bill Condon, reduce dai capitoli finali della saga vampir-adolescenziale di Twilight e regista, anni orsono, di ben altre ambizioni (Demoni e dei non si dimentica).

il-quinto-potere-poster-italia_midIl quinto potere, dicevamo, spreca il potenziale di una storia di scottante attualità, appiattendola in modo vergognoso. Regia e sceneggiatura si limitano ad una piatta illustrazione dei fatti, sorvolando sulle cause e banalizzando le conseguenze con una monodimensionalità che mette i brividi. Spreca l’opportunità di raccontare uno dei personaggi più discussi degli ultimi anni, Julian Assange, padre fondatore di WikiLeaks, trasformandolo in una scontata figurina di esaltato paranoico pervaso di ambiguità. Spreca oltre due ore a rincorrere stucchevoli stilemi da action-thriller per rendere più appetibile al grande pubblico un verbosissimo copione di tradimenti e persecuzioni.

Il film che ne viene fuori, oltre che di rara futilità, è emblematico di una certa ipocrisia cerchiobottista che affligge da troppo tempo simili operazioni: non basta far dichiarare nel finale ad Assange (interpretato da un bravissimo e, anche lui, sprecato Benedict Cumberbatch) che la verità non potrà mai essere svelata da un film, per giustificare una tirata sensazionalista di tali proporzioni, francamente priva di qualunque oggettività.

Giuseppe D’Errico

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