“Il primo dio”, la vigorosa autobiografia di Emanuel Carnevali

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Il primo dio

di Emanuel Carnevali

Biblioteca Adelphi
1978, 3ª ediz., pp. 434 , 1 tav.

 

“La mia faccia rivela voglia di esplodere e che l’esplosione avverrà presto”, Emanuel Carnevali è questo: un’esplosione di passione e rabbia che nasce dal profondo di un vissuto tortuoso, spezzato, sanguinante.

“Il primo dio”, suo romanzo autobiografico, è la storia di uno degli autori italo-americani più originali e brillanti del Novecento, nato a Firenze nel 1887 e fuggito adolescente negli Stati Uniti per inseguire il sogno di diventare scrittore.

Le parole di Carnevali, come frecce scagliate da un passato lontano, raggiungono con forza l’animo del lettore, poiché il suo libro è più di una classica autobiografia, e sfugge a qualsiasi definizione di genere per muoversi con grazia di gioco aereo tra prosa e poesia, costantemente attraversato dalla scintilla di una narrazione vigorosa, veemente, corrosiva.

La storia comincia da “una stanza bianca, con bianca luce di sole che filtra da alte finestre [..] Potevo avere dai due ai tre anni”. Con questo primissimo ricordo si apre il racconto dell’infanzia dello scrittore, divisa tra Biella, Cossato, Bologna, immersa nel paesaggio di ulivi e vigneti delle colline romagnole.

Qui il giovane Emanuel vive una situazione familiare insostenibile, intrappolato tra la malattia della madre morfinomane e la fredda durezza del padre (uomo “che si porta in giro una faccia nera e nasconde un cuore nero”) sente crescere dentro sé un furioso disagio, alleviato unicamente dalla passione per la scrittura.

All’età di sedici anni, incalzato dal bisogno di fuga, sceglie di partire solo per gli Stati Uniti, facendo “il grande balzo” che segnerà per sempre la sua esistenza.

Lo sbarco di Carnevali a New York, nel cuore pulsante dell’immenso continente americano, non è un semplice turning point nella trama del romanzo, ma ha il valore di un nuovo inizio, acceso dallo slancio e dalla speranza di far ripartire la propria storia lontano dal passato e dalle sue rabbiose tribolazioni.

Ma il sogno americano ha spesso i tratti beffardi di una chimera irraggiungibile, e presto il giovane Emanuel lo imparerà a sue spese: in esilio dalla sua patria, senza nessuna nozione della lingua inglese, braccato dalla miseria e dalla solitudine, vittima dello squallore di camere ammobiliate e lavori precari.

Con la vitalità irriverente della sua scrittura Carnevali ci porta con sé nel labirinto di strade di New York, “regina dell’aria con i suoi fantastici grattacieli”, ma anche “l’affamata, la poverissima”, groviglio febbrile di miseria e sudiciume.

A questo punto della storia, trascinati nel magmatico racconto della sua vita oltre oceano, abbiamo visto con impressionate chiarezza la casualità con cui si crea un destino umano, il gioco d’incastri che dà forma ad un’esistenza: Carnevali arriva solo in America e non ha nient’altro che il suo entusiasmo, l’esuberanza di un giovane affascinato dalla scrittura e infiammato dal senso di libertà, ed è proprio qui che, tra mille privazioni e angosce, esplode la sua consapevolezza di essere un poeta e da questa l’urgenza di rinascere.

Forte di un’intelligenza agile e pronta, Emanuel impara l’inglese da autodidatta leggendo i cartelli pubblicitari e le insegne dei negozi, per poi iniziare a scrivere febbrilmente in questa lingua “esiliante”, “adottiva”, quasi un idioletto personalizzato in cui prende forma il suo bisogno di ribellione.

Depositario di un’inesauribile enthousiasmόs il giovane scrittore inizia quindi a farsi strada nel mondo delle lettere americane, alternando all’incontro/scontro con gli autori più apprezzati del suo tempo (da William Carlos Williams ad Ezra Pound), un andirivieni spumeggiante di passioni, subitanee infatuazioni e cocenti disinganni vissuti con le tante donne della sua vita.

“Il primo dio” segue cronologicamente la parabola esistenziale di Carnevali, trasportandoci dal grigio cemento dei palazzi newyorkesi alle dune sabbiose che fronteggiano il lago Michigan, in un tenace vagabondaggio alla ricerca della gloria letteraria ed anche, o forse soprattutto, della propria libertà personale.

Pensando alla storia di Carnevali ci viene in mente una frase di Giovanni Testori che recita pressappoco così: “Il faut tenter de vivre”, e che tradotta suona più o meno come ʽbisogna/è giusto/è necessario provare a vivere’.

E se parliamo di tentativi mai arresi il senso finale dell’intera narrazione di Carnevali è proprio questo: lo slancio di chi non si è rassegnato a una vita costruita su basi diverse, ma ha cercato con tutti i suoi mezzi un’evasione, forse una fuga, lottando per affermare se stesso come “il primo dio, l’unico dio”, solo, libero, indipendente; a quel punto non importa che il tentativo abbia avuto successo, che l’obiettivo sia stato centrato o meno, quel che conta è aver mantenuto una tensione costante in direzione di una propria pienezza vitale.

Laura Pernice

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