“Il ponte delle spie”, Spielberg classico per una spy story diplomatica

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Il ponte delle spie (Bridge of Spies, Usa, 2015) di Steven Spielberg con Tom Hanks, Mark Rylance, Amy Ryan, Sebastian Koch, Austin Stowell, Will Rogers, Scott Shepherd, Alan Alda

Sceneggiatura di Matt Charman, Ethan Coen, Joel Coen

Drammatico, 2h 20′, 20th Century Fox Italia, in uscita il 16 dicembre 2015

Voto: 7 su 10

Negli anni ’50, in piena guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica, l’FBI arrestò una ricercatissima spia russa, Rudolf Abel (Rylance), residente a New York. Per salvare le apparenze di democrazia, all’imputato venne garantito un regolare processo, ma la condanna non fu di morte ma di ergastolo. Nel clima di paranoia dilagante tra la popolazione americana, un risultato del genere fu un vero colpo al cuore all’incolumità del paese. E invece l’avvocato difensore di Abel, James Donovan (Hanks), un legale assicurativo di Brooklyn con capacità innate di negoziazione, grazie a una saggia lungimiranza, propose e ottenne di mantenere in vita l’imputato per poterlo utilizzare come merce di scambio per possibili trattazioni diplomatiche future. Cosa che puntualmente avvenne: un aereo spia americano viene abbattuto su suolo sovietico e il suo pilota (Stowell) condannato a dieci anni di reclusione in Russia; uno studente universitario americano (Rogers) viene arrestato con accusa di cospirazione a Berlino Est. Donovan si batte per uno scambio: Rudolf Abel per i due cittadini statunitensi.

PSR1450134785PS566f4d011b826La storia è vera ed è ripescata dal grande Steven Spielberg per Il ponte delle spie, spy movie di classe sconfinata che, però, poco aggiunge alla già ricca filmografia di uno dei registi simbolo della New Hollywood. Stile classico della migliore tradizione, una scrittura di rara leggiadria che riesce a rendere comprensibile e, per di più, coinvolgente una vicenda di delicata contrattazione politica (e il tocco dei Coen risulta spesso impagabile nella brillantezza del dialogo), splendidi attori a cominciare da Tom Hanks e dal sublime Mark Rylance (ogni sua espressione è un programma), confezione di millimetrica perfezione (la fotografia di Janusz Kaminski prenota l’Oscar) e un’atmosfera d’epoca che ha il sapore del cinema migliore.

Eppure Spielberg, oltre a sottolineare ancora una volta la potenza dell’integrità e della parola nella Storia del secolo scorso, non fa molto altro. Dirige con la straordinaria abilità che gli è riconosciuta, ma non imprime alla sua opera quell’unicità che avremmo voluto cogliere. Non è un esercizio di stile, non è un film memorabile, è un buon film di un grande regista.

Giuseppe D’Errico

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