“Il figlio di Saul”, cinema inedito per una memoria che deve far male

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Il figlio di Saul (Son of Saul, Ungheria/Francia, 2015) di László Nemes con Géza Röhrig, Levente Molnár, Urs Rechn, Todd Charmont

Sceneggiatura di László Nemes, Clara Royer

Drammatico, 1h 47, Teodora Film, in uscita il 21 gennaio 2016

Voto: 9 su 10

Nell’affollata proposta di film sull’Olocausto che quest’anno presidierà le sale in concomitanza con la Giornata della memoria del 27 gennaio, si distingue Il figlio di Saul dell’ungherese László Nemes per necessità e novità di sguardo sull’argomento. Sembra quasi, infatti, che, a livello cinematografico, il tema della Shoa debba forzatamente piegarsi alla norma di un genere, spesso valicando la fatale soglia della speculazione (è il caso di Remember di Atom Egoyan, che vedremo a febbraio), senza offrire nessuna riflessione significativa su un fatto storico giustamente reiterato a livello artistico ma raramente in modo utile e costruttivo a un discorso complesso.

51352Il film di Nemes, con un rigore spettacolare assoluto, racconta l’odissea di un prigioniero ebreo in un campo di concentramento di Auschwitz, scelto dai tedeschi come mano d’opera per traspostare e bruciare i cadaveri del lager. Tra i corpi, l’uomo crede di riconoscere suo figlio e, pur di assicurargli un rito funebre e una degna sepoltura, affronterà ogni pericolo alla ricerca di un rabbino. Il personaggio principale, inseguito con soffocante decisione dall’obiettivo del regista, è interpretato dall’attore e poeta ungherese Géza Röhrig, di indimenticabile presenza scenica.

Il figlio di Saul ci porta all’interno dell’Olocausto, nei suoi meccanismi pratici, nel suo funzionamento. Lo stile adottato finisce per influenzare inevitabilmente la narrazione, anzi si fa tutt’uno con essa. L’effetto è potente, straziante: l’irrapresentabile diventa visibile, col protagonista inquadrato spesso di nuca che copre col suo corpo l’orrore dei corpi. Un’esperienza cinematografica “fisica” e di quasi insostenibile pressione psicologica. Il tutto con un pudore e un rispetto verso il materiale trattato da lasciare sconvolti. Questo è il cinema per la memoria, che merita memoria. Giaà premiato a Cannes col Grand Prix della giuria e ai Golden Globe come miglior film straniero, c’è da sperare in un meritato riconoscimento dell’Academy.

Giuseppe D’Errico

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