Il felliniano “Romeo e Giulietta” di Kenneth Branagh

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ROMEO E GIULIETTA

Regia di Kenneth Branagh
Regia del film a cura di Rob Ashcroft
Con Derek Jacobi, Lily James, Richard Madden/Freddie Fox
In scena al Garrick Theatre di Londra e nei cinema il 29 e 30 novembre a cura di Nexo Digital

Voto: 8 su 10 (rappresentazione teatrale)
Voto: 8½ su 10 (Film)

Prima ancora di Moccia e dei suoi seguaci, intenti a spiegarci le dinamiche dell’amore adolescenziale, nella lontana Golden Age di Elisabetta d’Inghilterra c’è stato un autore che come nessun altro ha saputo descrivere lo sconvolgimento dell’animo tale da condurre a pensare che la separazione dall’oggetto del desiderio sia così insopportabile che la morte gli è preferibile. Sì, parliamo proprio di “Romeo e Giulietta”, il dramma dell’amore a prima vista. Cambiano i tempi, le tradizioni, gli stili di vita, ma il sentimento di smarrimento totale davanti alla persona amata non muta attraverso i secoli e forse è per questo che la tragedia dei due amanti di Verona è una delle più riadattate in contesto moderno o contemporaneo tra le opere del drammaturgo inglese. Una delle trasposizioni più riuscite è probabilmente “Romeo + Giulietta” di Baz Luhrman del 1996. Ci riprova quest’anno Kenneth Branagh in un adattamento ricco e piacevolmente citazionistico di un’Italia anni ’50 di cui il resto del mondo sembra non averne mai abbastanza.

romeo-and-julietLa prima scelta più che apprezzabile di Branagh è quella di mantenere intatto il testo, imponendo un rispetto sacro del metro – un pentametro giambico che esalta la musicalità delle battute e dei dialoghi – inserendo delle aggiunte con un espediente che ci permettiamo di definire geniale: usa l’italiano. E’ infatti possibile sentire ogni tanto dei veri e propri insulti nella nostra lingua, oltre ad inserti che arricchiscono e caratterizzano ulteriormente la scena, creando piacevole sorpresa e profumo di esotismo raffinato negli spettatori stranieri e un senso di piacevole orgoglio e riconosenza in noi uditori col tricolore sulle spalle.

L’impianto scenico, dotato di parti mobili, si muove in modo meccanizzato ma non sgradevole, in modo da potersi prestare a rappresentare in base alle esigenze gli interni di casa Capuleti o della chiesa, ma anche la piazza in cui avvengono la maggior parte degli scontri, oltre che la cripta in cui il dramma si conclude. Buona la resa del dialogo al balcone, posto su una breve scalinata che fornisce quella differenza di livelli che rende efficace la realizzazione di una delle scene più iconiche della tragedia oltre a creare più piani visivi riempiendo lo spazio e fornendo una piacevole geometria ammorbidita dai teli e dai colori dei costumi.

L’ambientazione scelta è quella felliniana degli anni ’50 e ’60, applicata perfettamente da uno studio più che appropriato degli abiti, che restituiscono finezza e fascino, riuscendo anche a risultare sensuali quando necessari. La fugace decadenza di quegli anni ritratti in uno splendore malinconico fa da sfondo ad una vicenda che complici i gesti esagerati – probabilmente per restituire ulteriormente questo senso di neorealismo – caratterizzano il tutto facendo quasi respirare un odio tra le famiglie che ha un retrogusto di faida mafiosa; eppure non è accentuato e nel complesso viene bilanciato in modo da risultare quasi piacevole; ha il pregio dell’ironia leggera inglese, che non esprime giudizi e non è volta ad offendere.

A voler indovinare possiamo immaginare che Branagh abbia iniziato a carezzare l’idea di questo Romeo e Giulietta mentre era sul set di Cenerentola visto che richiama i due protagonisti – che avevano dimostrato già durante la pellicola una buona chimica e la capacità di esprimere un amore giovane e fresco – e non solo, si avvale della partecipazione di Derek Jacobi (nel film era il padre del Principe) affidandogli il difficile ruolo di Mercuzio.
romeo-juliet-madden-jacobiJacobi, da eccellente interprete fornisce una visione tutta nuova del personaggio; non si tratta più di un giovinastro amico di Romeo, ma di un uomo maturo, un vecchio che se ne va in giro con dei ragazzi forse alla ricerca di una perduta gioventù; un signore che dona la sua saggezza e insieme la sua follia cercando di istillare nel protagonista un po’ di senno, comportandosi in realtà spesso come qualcuno che non ne possiede per sé. Quella che potrebbe sembrare una scelta azzardata risulta in realtà un’innovazione che arricchisce di sfumature la messa in scena e permette di apprezzare una performance brillante, almeno fino al momento della morte. Infatti – e purtroppo – la caduta di Mercuzio in sordina lascia lo spettatore un po’ deluso.
Deliziosa la Giulietta di Lily James, eccellente nel mostrare gli sbalzi umorali di una ragazzina alle prese con il primo amore, le prime emozioni forti. L’attrice non ha paura di risultare ridicola nelle sue esagerazioni e questo la premia perché per tutta la durata dello spettacolo risulta tra le più apprezzate, capace di strappare risate, sedurre con innocenza e commuovere, stabilendo con il pubblico un rapporto di profonda empatia.
Buona anche la performance di Richard Madden, è un Romeo forse più posato rispetto a quelli a cui siamo abituati; meno impulsivo ma più irriverente. Il trio che forma con Mercuzio e Benvolio, e le scene in coppia con Giulietta o con Frate Lorenzo, permettono di apprezzare le sue doti di spalla ancora più che quelle di protagonista. Unica pecca, se proprio vogliamo trovarla è che appare forse troppo maturo ormai per il ruolo. Se confrontato con l’adolescenziale Lily James, i trent’anni di Madden risultano più che evidenti. Ma del resto è teatro e si chiede al pubblico un po’ di fantasia, se nel 1500 potevamo avere Giulietta interpretata da imberbi ragazzini, possiamo anche chiudere un occhio su un Romeo non esattamente teenager. Da un punto di vista puramente estetico quindi risulta più convincente Freddie Fox, subentrato nelle performance teatrali londinesi quando Madden è stato costretto ad abbandonare la produzione a causa di un infortunio. Più scanzonato e meno inquadrato, il Romeo di Fox perde in fascino ma acquista in tenerezza e coerenza ideale.
Il resto del cast fornisce buone prove, si cimenta nel ballo ed anche in brevi e apprezzabili momenti musicali e coreografici, il tutto volto a contestualizzare ed arricchire una produzione vivace, che si compiace di un’atmosfera vintage ma strizza l’occhio alla contemporaneità complice anche il disegno luci e la cura di musiche e suoni originali.

lily_james_and_richard_madden_s_romeo_and_juliet_reunion_is_no_cinderella_story____Una buona prova di regia per Kenneth Branagh che non è nuovo ai riadattamenti di Shakespeare, da “Molto rumore per nulla” del 1993 al successivo “Hamlet” del 1996, solo per citarne alcuni, sembra che il suo tentativo sia quello di rimarcare che l’autore rinascimentale abbia trattato di temi così profondamente umani ed eterni che pur togliendoli dal loro contesto originale riusciamo a cogliere che nel corso del tempo la razza umana non cambia e si arrovella attorno agli stessi grandi dilemmi: il rispetto per le radici e la famiglia, l’amicizia, l’odio sociale, l’amore.

A questo proposito risulta più che interessante esaminare anche il film trasmesso nei cinema il 29 e 30 novembre di quest’anno. Si tratta proprio di una registrazione dello spettacolo (andato in scena al Garrick Theatre di Londra i primi di luglio), che è arricchita tuttavia all’inizio da contributi inediti. All’inizio, il regista del film – Rob Ashford – ha aggiunto la registrazione di un gruppo di adolescenti a cui sono state poste diverse domande su di loro, su come vedono la società e sul dramma in sé, il tutto per riuscire a trasmettere allo spettatore l’eterna contemporaneità e al tempo stesso le differenze mitigate attraverso le scelte di regia. Particolarmente interessante risulta il contributo esplicativo reso dalla voce narrante di Branagh stesso che spiega il perché si sia deciso di usare il bianco e nero per il film (ennesimo omaggio a Fellini) e soprattutto la scelta di un Mercuzio anziano, rivelandoci un aneddoto che rimanda ad un inaspettato incontro tra T.E. Lawrence e Oscar Wilde, un vecchio ubriacone saggio che risulta la chiave di lettura per il personaggio interpretato da Jacoby. I primi piani dedicati agli attori in momenti chiave hanno permesso di apprezzare ed enfatizzare la capacità mimico-espressiva di tutto il cast, esaltando inoltre la scenografia e i dettagli visuali della messinscena.

Questo regalo della Nexo digital è il secondo relativo agli spettacoli di Branagh e si ripeterà con la trasmissione della registrazione di “The Entertainer” interpretato in teatro dallo stesso regista e nei cinema il 10 e 11 gennaio dell’anno a venire.

Maddalena Mannino

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