Il Devil Quartet di Paolo Fresu live al Parco della Musica di Roma per presentare il nuovo progetto discografico: «Desertico»

Fresu

FresuPaolo Fresu (tr., flic.), Bebo Ferra (chit.), Paolino Dalla Porta (basso), Stefano Bagnoli (batt.). 

Sala Sinopoli (12 febbraio 2013).

Esistono territori musicali inesplorati in cui trovare la propria dimensione diventa questione di un attimo, soprattutto se a guidare la scoperta di questa strada lastricata di stelle è un musicista come Paolo Fresu. Un percorso nel quale l’energia dinamica costante e l’intensità di un lirismo pulito ed essenziale aprono gli sguardi e annullano le distanze tra la mente e il cuore. Una vibrazione continua generata da una sala gremita e comunicativa, un luogo fertile e riconoscente e, soprattutto, il giusto feeling tra i musicisti, costruito in otto anni di vita artistica fatta di slanci verso l’infinito.Il Devil Quartet si presenta così: raccolto in pochi metri di spazio scenico (nonostante le dimensioni considerevoli del palco della Sinopoli) a riempire la sala con un forza esplosiva e dolcissima che, in alcuni momenti del concerto, si dilata e si amplifica con il movimento stesso dei musicisti.
L’esibizione di Roma è una delle tappe del tour promozionale del nuovo disco del quartetto, «Desertico»: l’album che, a distanza di sei anni da «Stanley Music!», rappresenta il ritorno discografico di una delle formazioni più amate del trombettista e ne conferma l’approccio “diabolico” alla materia jazzistica – qui attraversato in maniera trasversale da altri linguaggi – quello che unisce la genialità ad una passione che brucia e perdura nel tempo.
Il concerto (durato quasi due ore) si apre con “Ambre”, una ballata scritta dallo stesso Fresu nella quale il dialogo tra il trombettista e Ferra – evidente sin da subito – schiude fraseggi dilatati e morbidi, sorretti da un intenso lavoro di spazzole di Bagnoli e dalla presenza incalzante del contrabbasso di Dalla Porta, il cui assolo vibrante lega e completa la base ritmica del brano.
A seguire, la malinconia sana generata si espande negli scenari da groove metafisico di “La follia italiana” (di Dalla Porta), caratterizzato da momenti di versatilità performativa assoluta: Fresu, partendo da riff cuciti per tutto il tempo del pezzo, fonde i suoni del flicorno con i suoi giochi di improvvisazione elettronica e con i passaggi virtuosistici di Ferra (capace di tenere trame strettissime e serrate fino a togliere il respiro) e di Bagnoli (dal drumming incisivo e pressante).
L’esibizione prosegue così alla scoperta del nuovo lavoro del Devil, le cui tracce si sono alternate a brani datati: come “Moto perpetuo” – caleidoscopio di sfumature sonore quasi impercettibili per quanto veloci, all’interno del quale il dialogo strettissimo tra Fresu e Ferra fa volteggiare la fantasia della platea – o “Game 7” e “Elogio del discount” – proposte in un medley virtuoso, insieme alla recente “Young Forever” di Bagnoli, il cui vertiginoso assolo iniziale fa anticipa la calma della pioggia dopo le scariche dei tuoni iniziali.
In mezzo, una versione jazzistica di “Can’t Get No Satisfaction” (brano di apertura del disco, arrangiata da Bebo Ferra) che mostra tutta la versatilità di un Fresu gigantesco nei suoi giochi di respirazione circolare, capace di creare un moto sinusoidale sorretto appieno dai suoi compagni, e di un Ferra scatenato (a sancire una volta ancora che non esiste – in termini qualitativi – distinzione tra generi, ma solo tra musica buona e non); “Poetto’s Sky”, una ballata liquida e intensa di Ferra, firmata da un’emozionate performance di Fresu al flicorno; e, in chiusura del concerto, “Ninna nanna per Andre” e “Inno alla vita”. Fino al bis, richiesto a gran voce da una platea caldissima, che va a pescare nel blues delle origini, in un’improvvisazione collettiva ed equilibrata.
Ed ecco il Fresu che ti aspetti e che tutti amano, dentro e fuori dal palco: il leader generoso e empatico, capace di comunicare e intrecciare fili invisibili con gli altri musicisti con gli occhi e con i movimenti del corpo e degli strumenti; quello che tiene uno stessa nota sospesa nel tempo per dare vita a un’ode indelebile all’amore e alla gioia; che trasforma il respiro e il lavoro del diaframma in linee musicali nuove e energia duratura.

Giulia Focardi

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>