“Il calapranzi”, un Pinter essenziale ma intelligente

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IL CALAPRANZI
di Harold Pinter
traduzione di  Alessandra Serra
con Francesco Montanari e Riccardo de Filippis
regia di Giorgio Caputo
Al Teatro Bibilioteca Quarticciolo di Roma 

Voto 7 ½ su 10

Una stanza senza finestre, due brandine e uno sportello – il calapranzi appunto – da cui arrivano le comande. A dover rispondere agli ordini (letteralmente e metaforicamente calati dall’alto), i due uomini protagonisti della rappresentazione: Ben, aggressivo e prevaricatore, e Gus, inquieto e insofferente. Entrambi attendono di poter portare a termine il lavoro che li ha costretti a passare la giornata in quel seminterrato a loro estraneo; entrambi, killer professionisti – manovrati dal misterioso Wilson – sono parte di un ingranaggio che, ineluttabilmente, li spingerà al compiersi del reciproco destino.

il-calapranzi-giorgio-caputoA fendere la scena del teatro Quarticciolo di Roma sono le mille domande – tutte destinate a cadere nel vuoto – del personaggio interpretato con ansia febbrile dal bravo Riccardo de Filippis; suo compagno di palco è un rabbioso Francesco Montanari, che assicura la sua virile presenza al ruolo di Ben.

Giova a questa rappresentazione de Il calapranzi, un classico del teatro contemporaneo, la fedeltà al testo di Pinter, di per sé complesso e denso di stratificazioni significative. L’idea delle telecamere esterne che “spiano” i movimenti degli attori, è, tuttavia, un’ulteriore connotazione di senso che non tradisce il copione originale ma che ha, anzi, l’interessante funzione di attualizzare all’epoca del Grande Fratello il bel testo che l’intelligente drammaturgo inglese scrisse nell’ormai lontano 1957.

Marco Moraschinelli 

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