“Hungry Hearts”, il film che mancava, un cinema che spiazza

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Hungry Hearts (id, Italia, 2014) di Saverio Costanzo con Adam Driver, Alba Rohrwacher, Roberta Maxwell, Jake Weber, Al Roffe, Jason Selvig

Sceneggiatura di Saverio Costanzo, dal romanzo di Marco Franzoso “Il bambino indaco” (ed. Einaudi)

Drammatico, 1h 49′, 01 Distribution, in uscita il 15 gennaio 2015

Voto: 7½ su 10

Una nuova trasposizione letteraria per Saverio Costanzo, dopo il difficile e originale La solitudine dei numeri primi tratto dal best seller omonimo di Paolo Giordano. In nostro giovane regista più eccentrico ed esterofilo porta sullo schermo il romanzo di Marco Franzoso “Il bambino indaco”, traducendolo in un melodramma moderno dalle crudeli implicazioni psichiatriche. Già definito, molto efficacemente e non senza una punta di burla, come “horrorhwacher”, per via dell’attrice protagonista, sempre più a fondo nel baratro di ruoli borderline, Hungry Hearts è uno degli esempi più coraggiosi, sovversivi e disturbanti del nuovo cinema italiano.

HUNGRY_HEARTS_GL’italiana Mina (Rohrwacher) molla tutto per sposare l’americano Jude (Driver). A New York, crescerà il bambino appena nato secondo un’ideologia salutista che sfiora la follia: nessun cibo di provenienza animale, minimo contatto con l’inquinamento esterno, solo oli purificanti e luci soffuse. Il bimbo deperisce e Jude lo rapisce. Ma il film non è solo una drammatica cronaca di un malessere contemporaneo, è anche uno studio di spazi e generi cinematografici antitetici che Costanzo ha l’ardire di accostare coscientemente, in un periodo di omologazione straziante delle nostre produzioni.

Inizio memorabile da commedia romantica “scorretta” in una toilette di un ristorante cinese, prosecuzione sempre più straniante, ossessiva e morbosa nei meandri di un incubo famigliare polanskiano che il regista conduce con grottesca perfidia. Spesso un eccesso di artificio formale (grandangoli deformanti, fotografia atmosferica e musiche da brivido, non senza un omaggio alla canzone popolare tricolore) rischia di smorzare in modo pleonasticamente provocatorio le tematiche affrontate. Ma è il film che mancava, cinema imprevedibile (non tanto per scrittura quanto per gli effetti) e disinvolto come capita sempre meno, fortemente radicato nella contemporaneità urbanizzata.

Giuseppe D’Errico

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