“Happy End”, un film di Michael Haneke, la recensione

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Happy End (id, Francia/Germania/Austria, 2017) di Michael Haneke con Jean-Louis Trintignant, Isabelle Huppert, Mathieu Kassovitz, Fantine Harduin, Franz Rogowski, Laura Verlinden, Toby Jones, Hassman Ghancy, Nabiha Akkari

Sceneggiatura di Michael Haneke

Drammatico, 1h 50′, Cinema di Valerio De Paolis, in uscita il 30 novembre 2017

Voto: 5 su 10

A ogni grande regista si può concedere un’opera minore. Non di rado, però, essa può celare sottigliezze e particolarità che non sono proprie al capolavoro incontrastato. Succede anche che, l’opera minore, possa essere una copia pedissequa, programmatica e compiaciuta di tante precedenti dimostrazioni di talento: è quanto accaduto a Michael Haneke per il suo Happy End, deludentemente presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes e giunto in sala con volenterose speranze da “cinema brillante” messe in atto dalla distribuzione italiana. Al contrario, l’ultimo film del regista austriaco, in una forma solo apparentemente più leggera del solito, sviscera ossessivamente tutti i temi che hanno reso grande la poetica dell’autore di Funny Games e Niente da nascondere, solo in una modalità decisamente sottotono.

happy-endCon Happy End, Haneke ci consegna il ritratto, datato e ben poco originale, di una famiglia altoborghese in crisi di valori sullo sfondo della cittadina di Calais, terra di confine per la tristemente celebre “giungla” di rifugiati che cercarono riparo nel centro accoglienza lì allestito nel gennaio 2015 e smantellato l’anno successivo. Qui, la dinastia dei Laurent porta avanti un’azienda edile pur tra i tanti problemi che affliggono la casata dal suo interno: l’ultraottuagenario patriarca Georges (Trintignant) è costretto su una sedia a rotelle e medita fantasie suicide, sua figlia Anne (Huppert) si barcamena tra i preparativi per il fidanzamento con un uomo americano (Jones) e le manie autodistruttive del figlio trentenne Pierre (Rogowski), mentre il secondogenito Thomas (Kassovitz), fedifrago alle spalle di una moglie violoncellista (Verlinden) a dir poco evanescente, cerca maldestramente di controllare i malumori della figlioletta adolescente (Harduin) armata di smartphone.

Il film, cristallizzato nell’eleganza chirurgica della sua messa in scena e nello sguardo clinico della regia, appare vecchio e sfibrante, come se Haneke, ansioso di confermare il pessimismo che nutre verso lo sfacelo etico e morale della classe dirigente d’oltralpe, non riuscisse a sfruttare a dovere la leggerezza del grottesco, riuscendo solo a rimanere succube di un malcelato desiderio di fare satira con le armi del rigore che furono del precedente Amour, che tanti meritati riconoscimenti raccolse nel mondo. Proprio con il film del 2012, Happy End rivela curiosi punti in comune, a cominciare dal nome dell’anziano protagonista e dalla colpa che nasconde nella sua anima e che rivelerà solo alla crepuscolare nipote, morbosamente attratta dalla morte. Ma manca il piacere di una lettura nuova del tema, e anche il ricco cast sembra girare nervosamente a vuoto: la sofisticata Huppert entra ed esce continuamente da stanze e saloni, brinda, parla al telefono e recita discorsi di rito, Kassovitz si aggira con l’aria spaesata di chi non ha ben compreso il ruolo, mentre Trintignant non può fare altro che gigioneggiare in carrozzella. E anche la riflessione sul vouyerismo dei social media arriva fuori tempo massimo, ed era stata affrontata con ben altra inquietudine nel bellissimo Caché. L’allegoria finale sui ricchi che affondano nella loro stessa infelicità conferma l’impressione di un film involuto, più che spietatezza Haneke rivela solo tanta noia.

Giuseppe D’Errico

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