“Grand Guignol all’italiana”, testo inedito con qualche perplessità per la Savino diretta da D’Alatri

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Una produzione Teatro Stabile d’Abruzzo

GRAND GUIGNOL ALL’ITALIANA
di Vittorio Franceschi

regia Alessandro D’Alatri
con Lunetta Savino, Umberto Bortolani, Carmen Giardina, Sebastian Gimelli Morosini, Andrea Lupo
e con la voce di Paolo Bonolis

scene Matteo Soltanto
costumi Giuseppina Maurizi
musiche originali Riccardo Eberspacher
disegno luci Pietro Sperduti
aiuto regia Lorenzo D’Amico
illustrazioni Marta Ciambotti
foto di scena Paolo Porto

In scena al Teatro Eliseo di Roma fino al 29 novembre

Voto: 5 su 10

Il “Grand Guignol”, dal nome del teatro parigino che a fine ‘800 si specializzò in spettacoli particolarmente macabri e cruenti, è l’elemento dell’eccesso, quel particolare orrorifico che separa il classico polpettone dal pasticcio di frattaglie sanguinolente, minuziosamente assemblate per farne una pietanza che spazi dal gustoso al disgustoso. Grand Guignol all’italiana, testo inedito che Vittorio Franceschi scrisse e confinò in un cassetto quindici anni fa, va in scena ora per la prima volta con la regia dell’eclettico Alessandro D’Alatri (un passato nella pubblicità e alcuni dei prodotti cinematografici più eccentrici del mainstream nostrano) e l’interpretazione principale di Lunetta Savino.

L’attrice pugliese è Esterina, colf lamentosa e distratta in un’enorme magione di periferia. Fuori piove, il cane continua ad abbaiare e la donna è costretta a far da serva a una boriosa signora fedifraga (Giardina) e a suo marito (Bortolani), una guida turistica avida e ignorante. Con un magone che non l’abbandona mai e l’aspettativa di incontrare l’uomo dei suoi sogni, Esterina passa dalla seduzione prorompente e virulenta di un salumiere (Lupo), che vorrebbe impalmarla per metterla alla cassa della sua bottega, al rifiuto di uno spaurito postino omosessuale (Morosini). E proprio quando tutti si ritrovano sull’orlo di una crisi di nervi a causa di un’equivoco, la colf seda tutti gli animi: in palio ci sono venti milioni di euro, basta scrivere un nuovo testo del Và pensiero per uno show televisivo. Avidità, razzismo e altre rognosità esploderanno, sarà l’inizio della fine.

Una rappresentazione grottesca delle (dis)umane miserie dell’Italia contemporanea, messe alla berlina in una commedia farsesca che, come in una stanza degli specchi di un luna park, distorce il perbenismo fino a renderlo per quello che è, una visione piccolo borghese, reazionaria e retrograda della vita quotidiana, fatta di egoismi e soprusi sul più debole. L’intenzione è certamente nobile, ma la carta della comicità non gli giova, o non è ben giocata: lo spettacolo non è mai davvero divertente né precisamente centrato nella sua critica sociale, spesso grossolana e senza sfumature, troppi gli squilibri nella narrazione che fanno perdere colpi al ritmo e all’interesse, urticante il finale “in maschera”, che accellera le conclusioni senza un adeguato sviluppo degli eventi. Difetti forse imputabili a un testo non così anticonformista come si vorrebbe far credere, o più probabilmente a un’analisi dello stesso che meriterebbe maggiori approfondimenti sia in sede di regia, poco più che corretta, che di interpretazioni: i bravi attori coinvolti riescono a governare un registro recitativo costantemente sopra le righe, ma è proprio Lunetta Savino a risultare troppo manierata in una performance che sà tanto di déjà-vu e poco di sangue.

Sarà stato forse il titolo dell’opera a trarci in inganno, ma Grand Guignol all’italiana pare manchi di mordente. Ai posteri l’ardua sentenza: troppo avanti per essere pienamente compreso? troppo cinico per divertire sul serio? troppo banale per convincere a pieno? troppo facile per essere davvero dirompente? Nel dubbio, restiamo nel mezzo.

Giuseppe D’Errico

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