“Grace di Monaco”, un candy movie per le principesse del domani

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Grace di Monaco (Grace of Monaco, Francia, 2014) di Olivier Dahan con Nicole Kidman, Tim Roth, Frank Langella, Paz Vega, Milo Ventimiglia, Parker Posey, Geraldine Somerbille, Nicholas Farrell, Robert Lindsay, Derek Jacobi

Sceneggiatura di Arash Amel

Biografico, 1h 43′, Lucky Red, in uscita il 15 maggio 2014

Voto: 5 su 10

Bisogna ammetterlo, nessuno nutriva grandi speranze nei confronti del film di Olivier Dahan, portato a termine in un vespaio di polemiche e scelto per inaugurare la 67a edizione del Festival di Cannes. La famiglia Grimaldi se n’è dissociata immediatamente e i capitali americani del potentissimo Harvey Weinstein non sono mai arrivati (anche se distribuirà comunque il film negli States, forse per non fare un torto alla povera Kidman). 

grace-di-monaco-trailer-finale-italiano-e-locandina-del-film-con-nicole-kidmanLa critica preventiva non era tanto verso il regista, quello de I fiumi di porpora 2 – Gli angeli dell’apocalisse ma anche del bel biopic La vie en rose che valse l’Oscar a Marion Cotillard nei panni di Edith Piaf, e neppure contro l’attrice designata a incarnare sul grande schermo la divina Grace Kelly. Il problema è nell’arroganza tutta contemporanea di allestire operazioni cine-biografiche che, nei fatti narrati, non hanno alcun aggancio con la realtà storica.

È il caso di Grace di Monaco, aperto sin da subito da un cartello paragnosta: “Questo è un racconto di finzione ispirato a eventi reali”. Intenti dichiarati, quella che segue è una favoletta ambientata nel 1962 e con protagonista una principessa che, sei anni dopo aver sposato il suo principe azzurro e aver lasciato il mondo del cinema, si danna per conciliare passato e presente. C’è un grande regista (Alfred Hitchcock) che la corteggia e un principato che annaspa a causa delle ingerenze di un presidente francese cattivo (Charles de Gaulle). In più, a corte tutti la detestano, e la nostra eroina ha unico conforto in un prete cattolico che vive in una catapecchia sulle montagne monegasche. Risoluta e dotata di scaltrezza statunitense, la principessa decide di andare a scuola di buone maniere, studia il francese e impara a recitare il ruolo più importante della sua vita. Così, eviterà una congiura di corte ordita dalla cognata invidiosa e metterà nel sacco il perfido capo di stato invitandolo a un ballo di gala. Probabilmente vivranno tutti felici e contenti.

Il romanzetto è servito in un décor d’epoca che rifulge in costumi e arredi, esaltati da una accecante fotografia vintage che tuffa l’intera vicenda in un’atmosfera favolisticamente soffusa. Non mancano riferimenti evidenti al cinema di cui fu protagonista la grande attrice hitchcockiana, dalla guida in stato di eccitazione sulle curve costiere ai fuochi d’artificio alla finestra. Lo spirito biografico è solo un ridicolo pretesto, l’ironia è assente e tutto si svolge nella massima serietà.

Grace di Monaco è il tipico trionfo del tronfio, un candy movie di esorbitante ingenuità di scrittura e messa in scena, che spunta ogni casella a una potenziale lista degli stereotipi. Potrebbe tranquillamente passare per una pubblicità progresso per le principesse del domani. L’iter è quello classico delle vite romanzate su grande schermo, il risultato involontariamente risibile. Nicole Kidman si prende l’onere ingrato di interpretare la principessa Grace, si concede a soffocanti primi piani e piange lacrime a profusione, ma almeno è sé stessa e non scimmiotta mai il modello; certo, il carisma della protagonista di Moulin Rouge e The Hours sembra scomparso per sempre. Ininfluente Tim Roth nei panni di Ranieri, inaccettabile Paz Vega che fa Maria Callas.

Giuseppe D’Errico

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