“Gloria”, finta e triste emancipazione femminile con un’ottima interprete

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Gloria (id, Cile/Spagna, 2012) di Sebastián Lelio, con Paulina García, Sergio Hernandez, Marcial Tagle, Diego Fontecilla, Fabiola Zamorra, Antonio Santa Maria

Sceneggiatura di Sebastián Lelio, Gonzalo Maza

Drammatico, 1h 34’, Lucky Red, in uscita il 10 ottobre 2013

Voto: 4½ su 10

Sembrerebbe una donna come tante, Gloria (la bravissima Paulina García), divorziata e vicina ai 60 ma ancora in cerca di un compagno con cui condividere gli spazi della propria quotidianità. Assidua frequentatrice di balere e locali d’incontro per single, per combattere il vuoto di una vita monotona e solitaria, Gloria incontra un uomo più grande di lei, ne resta attratta e se ne innamora in poco tempo.

gloria_poster_okIn tutta coscienza, speriamo che Gloria sia, in realtà, un’eccezione nella categoria femminile di donne mature che il regista Sebastián Lelio, con lo sceneggiatore Gonzalo Maza, vorrebbe ritrarre. La protagonista, infatti, è talmente sfuggente e irrisolta da irritare anche lo sguardo meglio predisposto: cerca furiosamente un uomo al quale affiancarsi per tornare a sentirsi elemento complementare di coppia, per ritenersi realizzata (bell’esempio di femminismo!), senza poi rinunciare ad esibirlo in una disastrosa cena in famiglia, dalla quale lui giustamente scappa; in apparenza è una donna estroversa e sicura di sé, nei fatti è un’adolescente dei sentimenti che punta i piedi e tiene il broncio; una donna che non esita un momento a gettarsi anima e corpo verso una persona che conosce appena, valutandone solo superficialmente i rischi, per poi ricoprirsi di ridicolo al secondo abbandono, quando la colpa è equamente spartita tra i due.

Insomma, la regia, oltre a soffocare Gloria (solo casuale l’omonimia con l’emancipatissima e memorabile eroina cassavetesiana incarnata sullo schermo da Gena Rowlands?) per l’intera durata del film, standole sempre appiccicata con morboso accanimento, la tratta con eccessiva condiscendenza, sballottandola di qua e di la, preda di pruriti, afflitta dagli istinti, mortificata nella sua femminilità. Non basta neppure la coraggiosa prova della García, premiata al Festival di Berlino, a dare verità a una storia artificiosa e meccanica, assai retrograda, spesso sguaiata, grottesca e punitiva nei confronti dell’universo che avrebbe la pretesa di raccontare.

Giuseppe D’Errico

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