“Gl’innamorati underground”, uno spettacolo di Marco Lorenzi, la recensione

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GLI’INNAMORATI UNDERGROUND
di Carlo Goldoni

con Fabio Bisogni, Roberta Calia, Andrea Fazzari, Marco Lorenzi, Barbara Mazzi, Raffaele Musella
regia Marco Lorenzi
luci Giorgio Tedesco
musiche originali Davide Arneodo [Marlene Kuntz]
movimenti scenici Daniela Paci
assistente alla regia Alba Porto
produzione Mulino di Amleto – Tedacà

 Voto: 7 su 10

Milano, XVI secolo: l’impulsiva Eugenia ama, ricambiata, il buon Fulgenzio, che tuttavia tormenta con una viscerale e incontrollabile gelosia. Il ragazzo, d’altro canto, si dimostra tanto remissivo quanto orgoglioso, infausta combinazione di doti che incendia l’irascibile animo di una donzella tutt’altro che posata.

A rendere – se possibile – la situazione ancora più esplosiva è l’arrivo del conte D’Otricoli, ricco aristocratico in età da matrimonio a porsi da terzo incomodo all’interno di una coppia costantemente a rischio di deflagrazione.

Innamorati2Urla, accuse, isterismi reiterati, lacrime, pianti, mille abbandoni e altrettanti ricongiungimenti per riproporre al pubblico del Teatro dell’Orologio di Roma una rilettura “fusion” della commedia “Gl’innamorati” che Carlo Goldoni ebbe a comporre nel  1759: atto unico a riduzione dei tre che componevano la pièce originaria, scenografia ridotta al minimo ma costumi d’epoca sontuosi, linguaggio aulico su musiche d’accompagnamento dalle sonorità giocosamente contemporanee.

L’enfatismo del testo goldoniano è qui mitigato da una regia che miracolosamente stempera le tante (troppe?) urla attraverso le quali gli isterici amanti intrecciano la loro sfibrante relazione: tanto è veemente l’eloquio degli attori sul palco tanto sono misurati i movimenti scenici che ne delimitano battibecchi e riappacificazioni, a costruzione di una rappresentazione ilare e giocosamente ironica. Ulteriore nota di merito all’ensemble di attori in scena, tra i quali si nota il bel talento di Barbara Mazzi: riesce nella titanica impresa di non far detestare l’inaccontentabile Eugenia, conferendole quell’umana fragilità alla quale ogni lamentosa indolenza di buon grado si perdona.

Marco Moraschinelli

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