“Frantz”, Ozon e il potere salvifico della menzogna in un grande melò

frantz

Frantz (id, Francia, 2016) di François Ozon con Paula Beer, Pierre Niney, Ernst Stötzne, Marie Gruber, Yohann von Bülow, Anton von Lucke, Cyrielle Clair, Alice de Lencquesaing

Sceneggiatura di Philippe Piazzo, François Ozon

Drammatico, 1h 52’, Academy Two, in uscita il 22 settembre 2016

Voto: 8½ su 10

Cineasta mai banale, spesso affascinato dal mezzo cinematografico inteso come mistificazione del reale e “meravigliosa menzogna”, François Ozon porta a compimento nella sua ultima opera Frantz, in concorso all’ultimo Festival di Venezia, il percorso che lega indissolubilmente l’idea del racconto con l’espediente della bugia. Lo fa in un melodramma a sfondo bellico, di struggente eleganza formale, incastonato in un bianco e nero abbagliante che solo sporadicamente si apre a squarci di vita a colori, liberamente ispirato al film di Ernst Lubitsch Broken Lullaby, a sua volta tratto da una piéce teatrale di Maurice Rostand.

locandinaSiamo in Germania, a ridosso della fine della Grande Guerra. Non c’è giorno che Anna (Beer) non si rechi a fare visita alla tomba del promesso sposo Frantz (von Lucke), morto al fronte francese. Ma, un giorno, arriva in città il giovane Adrien (Niney), proprio per andare a piangere sulla stessa lapide. Che legame c’era tra i due ragazzi? Erano amici? Nemici? Amanti?

Svelare ulteriormente la tela narrativa sarebbe ingiusto nei riguardi della bella sceneggiatura scritta dal regista con Philippe Piazzo, fitta di rimandi hitchcockiani (senso di colpa, desiderio, necrofilia…) e di paradossi  sulla mutevolezza della natura umana. In più Ozon riesce, con grande equilibrio, a presentare due differenti quadri sociali tra loro dicotomici, quello tedesco, schietto e senza sovrastrutture, e quello francese, più sensuale e formale.  La follia della guerra conduce l’intera storia verso significati dolorosi, e forse tutto il senso del film è in un quadro di Manet, Il suicida: bisogna uccidere una parte di sé per poter sopravvivere ai malintesi del nostro tempo. Un film di straordinaria eleganza e magnificamente interpretato da Pierre Niney e dalla ventenne Paula Beer, due occhi parlanti racchiusi in un volto indimenticabile.

Giuseppe D’Errico

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