“Figli di un Dio minore” di Mark Medoff, uno spettacolo di Marco Mattolini, la recensione

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a.ArtistiAssociati e Oti
presentano

FIGLI DI UN DIO MINORE
di Mark Medoff

traduzione Lorenzo Gioielli
con Giorgio Lupano e Rita Mazza nel ruolo di Sarah
e con Cristina Fondi, Francesco Magali, Gianluca Teneggi, Deborah Donadio
scene e costumi Andrea Stanisci luci Francesco Traverso  musiche Daniele D’Angelo
il tema di Sara è composto ed interpretato da Giorgia
aiuto regista Cristian Giammarini – assistente alla regia Lucia Morelli
casting Laura De Strobel interpreti LIS Arianna Testa, Elena Ferotti, Giuseppina Guercio consulente LIS di Giorgio Lupano Vincenzo Speranza
una produzione   a.ArtistiAssociati e Officine del Teatro Italiano OTI
con la collaborazione di   Istituto Statale per Sordi – Roma
regia MARCO MATTOLINI

In scena al Teatro Greco di Roma fino al 19 febbraio e al Teatro Tor Bella Monaca di Roma dal 23 al 26 febbraio

Voto: 7½ su 10

Questa volta, per parlarvi dell’opera teatrale Figli di un Dio minore, faremo un’eccezione, iniziando dai saluti finali del cast, quando, dopo lo scrosciare fragoroso degli applausi, ci è stato chiesto dal palco di fermare le nostre mani e di iniziare ad agitarle nell’aria, nel modo in cui il consenso viene espresso nella Lingua dei Segni. Ed è così che, in un attimo, ci si è ritrovati avvolti da un silenzio ovattato, all’interno del quale è stato possibile condividere un frammento di ciò che i sordi provano in ogni istante della loro vita.

fdudm905-675x905Inevitabilmente è riemersa dalla memoria la significativa sequenza del film omonimo, quando William Hurt si immergeva nell’acqua di una piscina, concentrandosi sulle sensazioni che la totale assenza di suoni e rumori gli trasmetteva, per poter meglio comprendere l’universo della sua amata Sarah, sorda dalla nascita. La pellicola, diretta nel 1986 da Randa Haines, è la trasposizione cinematografica del testo teatrale del 1980 di Mark Medoff, che ne curò, poi, la sceneggiatura. Il debutto nelle sale, rappresentò un importante passo in avanti per la comunità internazionale dei sordi, perché consentì ad un vasto pubblico di conoscere e riflettere sulle problematiche di un mondo fino ad allora piuttosto emarginato, grazie anche all’intensa interpretazione di Marlee Matlin, madrelingua, che per questo ruolo vinse il premio Oscar e il Golden Globe.

Tuttavia, mentre il film si soffermava sulla complessa relazione sentimentale dei due protagonisti, lo spettacolo teatrale abbraccia ad ampio raggio lo scritto di Medoff, inserendo il non tralasciabile tema dei diritti civili dei sordi. L’incontro tra l’insegnante di logopedia James Leeds (Giorgio Lupano) e l’intelligente e tormentata Sarah (Rita Mazza) e il loro conseguente legame affettivo, si intersecano con le battaglie dei sordi nei confronti di una società di udenti, all’epoca, in maggioranza ottusa e incapace di rendersi conto che la sordità non era sinonimo di stupidità.

I.C.FDM-B-26-2Nella traduzione di Lorenzo Gioielli è evidente una particolare attenzione nella scelta dei vocaboli utilizzati nei dialoghi, una forma di rispetto questa purtroppo ignorata nel doppiaggio italiano del lungometraggio, dove, per esempio, il verbo “to sign” (segnare) viene tradotto con uno sgradevole “gesticolare”. Gioielli ha cura di utilizzare esclusivamente il termine “sordo”, come negli anni è stato esplicitamente reclamato dalla comunità, che ha bandito appellativi come “non udente” o “ipoudente”, percepiti come dettati da una eccesiva delicatezza, non richiesta, quasi a sottolineare una condizione di disabilità che, invece, i sordi non avvertono come tale ma come una vera e propria identità. Il risultato positivo nasce dalla collaborazione e dal costante supporto dell’ISSR, l’Istituo Statale dei Sordi di Roma, che ha supervisionato il progetto attraverso i propri Mediatori Culturali e i docenti di Lingua dei Segni.

L’allestimento è essenziale, dalla scenografia minimalista ma multifunzionale di Andrea Stanisci al numero ristretto della compagnia: sei attori, di cui tre sordi e tre udenti. Ma la scelta sembra motivata dalla volontà di non distrarre il pubblico con elementi superflui e di portarlo a porre tutta la sua attenzione sul contenuto, sulla comunicazione, sullo sforzo che due realtà, solo apparentemente lontane, fanno per trovare un punto di fusione. Il ritmo, comunque, è garantito dalla frizzante regia di Marco Mattolini e dall’ottima prova dell’instancabile Lupano che, per circa due ore, parla e segna in LIS contemporaneamente e le cui esperienze televisive non hanno scalfito la sua formazione di repertorio teatrale degli esordi. La sua alchimia con Rita Mazza è coinvolgente e ci rende l’atmosfera familiare, come se le vicende raccontate ci riguardassero da vicino. L’attrice, sorda, restituisce al meglio l’orgoglio e la fierezza del suo personaggio, con un’ardente espressività e una sicura padronanza del palcoscenico. A convincerci che non esiste incomunicabilità quando c’è la volontà reciproca di capire l’altro, perché, come afferma Leeds nelle sue ultime battute: “le parole sono nello spazio tra le loro mani”.

Lidia Cascavilla

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