“Father and Son”, Hirokazu Koreeda riflette (troppo) sull’essere padre

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Father and Son (Soshite chichi ni naru, Giappone, 2013) di Hirokazu Koreeda con Masaharu Fukuyama, Machiko Ono, Yoko Maki, Lily Franky, Jun Kunimura, Shogen Hwang, Keita Ninomiya, Isao Natsuyagi

Sceneggiatura di Hirokazu Koreeda

Drammatico, 2h, BiM Distribuzione, in uscita il 3 aprile 2014

Voto: 6 su 10

Ennesima variazione su un tema – lo scambio di culle – vecchio come l’alba del cinema, Father and Son è stato uno dei titoli più applauditi alla passata edizione del Festival di Cannes, dove ha vinto un commosso Premio della Giuria. Prima di scadere del tutto in una volgare critica di superficie (sarà un film datato?), è bene tenere conto della considerevole distanza tra la cultura occidentale e quella asiatica per meglio riuscire ad approcciare con personaggi tanto rigidi e con una storia dagli sviluppi sempre più difficili da accettare.

FatherSon-vert-dataL’assunto dal quale il film parte è classico: Ryota e Midori, coppia agiata con loft panoramico, ricevono una telefonata dall’ospedale. Il loro bambino di sei anni, Keita, all’epoca della nascita fu scambiato dall’infermiera con un’altro bambino, pertanto non è il loro figlio biologico. Ryota, freddo ed egoista, è ora costretto a valutare la ragione della natura e quella della cultura, mettendo in discussione la propria persona nel ruolo di padre in quegli anni, e confrontandola con la rozza semplicità dell’uomo che ha cresciuto il suo vero figlio…

Father and Son nasce da una serie di riflessioni che hanno coinvolto il regista Hirokazu Koreeda a cinque anni di distanza dalla nascita di sua figlia. Quand’è che un padre diventa veramente padre? Mentre la madre manifesta sin da subito il suo istinto materno, il padre continua a sentirsi ancora estraneo e distante dal ruolo. Sarà la consapevolezza della consanguineità a trasformare un uomo in padre? O è il tempo che padre e figlio passano insieme? Conta di più il sangue o il tempo? A queste e ad altre suggestioni il film dà modo di svilupparsi, attraverso un protagonista dal carattere monolitico e glaciale, tanto da avanzare un’offerta economica alla famiglia “avversaria” per avere entrambi i bambini.

Direbbe Filumena Marturano che i figli non si pagano. Dei personaggi di Koreeda si comprende il dramma ma quasi non si crede al modo che adottano per gestirlo, col risultato di frenare il rapporto empatico con la vicenda, che arriva solo in un finale di affetti tradizionali. Non si può dire che non faccia pensare; certo, il come lascia francamente perplessi.

Giuseppe D’Errico

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