Enrico Rava & PMJL Parco della Musica Jazz Lab nell’omaggio a Lester Bowie.

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Enrico Rava (tr.), Andrea Tofanelli (tr.), Mauro Ottolini (trne, arr.), Daniele Tittarelli (alto), Dan Kinzelman (ten.), Giovanni Guidi (p.), Franz Bazzani (tast.), Marcello Giannini (chit.), Stefano Senni cb.), Zeno De Rossi (batt.). Auditorium Parco della musica di Roma (3 dicembre 2012)

L’assenza di Lester Bowie è un vuoto difficile da colmare. A dirlo non è soltanto Enrico Rava, leader spirituale dell’ensemble presente sul palco della Petrassi, proprio all’inizio del concerto di ieri sera, ma i fatti. E se il tentativo di Mauro Ottolini e co. era quello di trovare un volume sul quale lavorare, un filo conduttore che ne riportasse in vita la memoria musicale assai complessa e vasta, si può dire che l’esperimento sia riuscito al 70%. Non fosse altro che per quel fuoco interno che è rimasto a bruciare notte e giorno, spingendo a riascoltare il repertorio del grande trombettista statunitense e a rivederne le performance, fatte di storie, di lotte ideologiche trasformate in musica, di costumi, di facce pitturate. Una bellezza “musico-estetica” che qui manca, ma che Ottolini recupera attraverso i colori vivaci e personali dell’arrangiamento dei brani, selezionati insieme al manager dell’ Art Ensemble of Chicago, Isio Saba, e al fratello di Lester Bowie, Joe. Il viaggio si snoda tra alcuni dei brani scritti per l’ Art Ensemble of Chicago e per la Brass Fantasy, passando per vere e proprie perle, per storia o per rarità, come Strawberry Mango, Charlie M oppure Silver Threads And Golden Needles, con l’attenzione a rendere al meglio gli oltre trent’anni di vita artistica di Bowie. Le trame sono fitte e lasciando poco spazio al plauso del pubblico – che riesce ad inserirsi comunque in maniera calorosa e partecipe – intrecciano con abilità i movimenti avanguardistici e free dell’AEOC, a passaggi reggae, ska, latin, funky, jazz-rock, blues e, sul finale, tipici della tradizione ottocentesca mitteleuropea. Un concerto ricco di colore quindi e caratterizzato da una forte personalità d’insieme, nella quale la volontà di far rivivere lo spirito polistrumentista dell’ensemble chicagoana è stato sottolineato dall’uso considerevole dei cosiddetti piccoli strumenti: campanelli da bicicletta, campane, diversi strumenti a percussione e fiati ricavati da ogni tipo di oggetto.
In questo la Parco della Musica Jazz Lab – gruppo di giovani lanciato dalla Fondazione Musica per Roma in collaborazione con Enrico Rava – non è da meno, confermando ancora una volta l’occhio lungo e l’anima sempreverde da innovatore del grande trombettista triestino. Rava si spalma completamente sul moto ondoso della band e con sapienza e leggerezza prende il volo nei passaggi di solo e in quelli improvvisati, in maniera incisiva ma mai sopra le righe. Il supporto di Tofanelli contribuisce a dare calore all’intera sezione dei fiati – meno energici i due sax – mentre alle gradazioni e alla messa in scena complessiva ha pensato il poliedrico Ottolini, mettendo in risalto nuovamente le sue grandi doti di arrangiatore, oltre che la sua nota vitalità musicale. A non catalizzare eccessivamente l’attenzione su di lui ha contribuito l’eccellente parte ritmica, dalla forza costante e marcata, capace di aumentare costantemente la risposta entusiasta della platea. Su tutti, oltre all’energia senza fine della batteria di De Rossi, Guidi, impeccabile e presente per tutta la durata della performance, e Senni, dirompente e carico d’iniziativa.
La PMJL rinnova qui l’identità rodata con «On The Dance Floor» e prova a simulare l’effetto detonatore che l’Art Ensemble of Chicago provoca ancora oggi. Non ci riesce fino in fondo ma convince, diverte e arriva ad esplorare un vasto spettro emozionale con facilità. “Speriamo che Lester Bowie non l’abbia presa male”, commenta Enrico Rava alla fine del concerto. Visto il risultato, può stare tranquillo.

Giulia Focardi

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